PER GIACOMO BONI

Lingua, costumi, usanze, simboli della nostra identità locale e nazionale

PER GIACOMO BONI

Messaggioda Sandro Consolato » 10/07/2015, 8:48

PER GIACOMO BONI
90 anni fa, il 10 luglio del 1925, moriva, nella sua abitazione del Palatino, accanto alla statua della Vittoria da lui scoperta nel 1918, il grande Giacomo Boni, nato a Venezia il 25 aprile del 1859. In occasione di questa ricorrenza, dopo la conferenza dedicatagli il 21 aprile scorso nel quadro delle celebrazioni del Natalis Urbis tenute a Roma dall’ARSI e dall’Associazione Veneti a Roma, voglio ripercorrere la storia del mio interesse verso l’archeologo veneziano, interesse che iniziò nella seconda metà degli anni 80.
Renato Del Ponte ne aveva richiamato il nome come scopritore del Lapis Niger in un suo fortunato libretto: “Il movimento tradizionalista romano nel Novecento”. Fu quel riferimento che mi indusse a iniziare a concentrarmi su Boni, e concentrarmi – a quel tempo – voleva essenzialmente dire pensare costantemente che avrei dovuto, in futuro, occuparmi di lui. Poi accadde che mi imbattei casualmente nella sua tomba, nel luglio del 1989, durante la mia prima visita al Palatino, fatta nel primo giorno del mio viaggio di nozze, che contemplò una sosta a Roma non programmata, dovuta ad un disguido aereo. Allora non sapevo che Boni era sepolto lì, e fui particolarmente sorpreso di quella scoperta.
Nei primi anni 90, poi, durante la mia permanenza lavorativa in Trentino, una mattina che ero andato a Trento mi accadde questa cosa. Ero avvolto in una serie di pessimistiche considerazioni su quegli stessi temi che erano stati trattati nel citato libriccino di Del Ponte: c’era stata realmente una impronta – un’“orma” – del sacro arcaico romano-italico nella nostra storia tra Otto e Novecento? E poteva essa ancora rimanifestarsi? Preso da questi pensieri, entrai in una libreria Remainders e lì trovai un libro che fu poi la prima vera base per i miei studi boniani: il testo di Daniele Manacorda e Renato Tamassia, “Il piccone di regime”, edito nel 1985. Qui trovai non solo la prima foto di Boni, ma anche una serie di informazioni su di lui che mi fecero capire che la scoperta del Lapis Niger non era dovuta ad un archeologo “normale” e che l’opera di Boni andava letta proprio entro l’idea di un risveglio di certe forze, di certe presenze nel nostro Paese, in connessione con la nascita, dopo secoli di divisione, di uno Stato nazionale unitario con a capo Roma.
Da quel libro ebbi l’indicazione dell’opera fondamentale da studiare: la biografia di Boni in due volumi scritta dalla sua allieva Eva Tea, “Giacomo Boni nella vita del suo tempo”, Milano 1932, che mi fotocopiò un mio giovane amico siciliano, studente alla Cattolica di Milano, e quella fu la base per la ricerca dei testi stessi di Boni e via di seguito. Nel 1998 scrissi quindi per “Politica Romana” il lungo saggio GIACOMO BONI: IL VEGGENTE DEL PALATINO, che però poté essere pubblicato solo sul n° 6 della rivista, uscito nel 2004. Nel frattempo era accaduto che l’amico Stefano Arcella , memore di una mia conferenza a Napoli in cui avevo parlato anche di Boni, mi aveva segnalato a Gianfranco De Turris per lo speciale di “Hera”, dell’ottobre 2003, su ESOTERISMO E FASCISMO, che poi, ampliato, divenne il libro della Mediterranee con lo stesso titolo. Ora, nel mio scritto, dal titolo GIACOMO BONI, L’ARCHEOLOGO-VATE DELLA TERZA ROMA, parlavo quasi solo, piuttosto concisamente, del rapporto Boni-Fascismo. E’ uno scritto di neanche 10 pagine. Contro le 106 del volume di “Politica Romana”. Eppure, poiché questa “Politica Romana” 6 fu stampata in sole 200 copie, io sono diventato, per così dire, “famoso” come studioso di Boni solo per via del libro della Mediterranee. Nel 2012, una studiosa, Paola S. Salvatori, ha scritto un articolo su Boni e le liturgie ideate per il fascismo per la rivista dell’Istituto Gramsci “Studi Storici”, e ha fatto riferimento appunto a quel mio breve scritto, giudicato “interessante, anche se da considerare talvolta con cautela”, ignorando totalmente l’altro. Questa cosa un po’ mi dispiace, ed io spero di poter finalmente, entro il 2017, ampliare come promesso da tempo il mio lavoro di “Politica Romana” e pubblicarlo come un libro autonomo. Nel frattempo le mie conoscenze si sono allargate, grazie anche all’aiuto di cari amici come Tommaso Alessandroni , che mi sa che ora in verità ne sa più di me, e forse il libro potrebbe scriverlo lui. Devo anche dire che, curiosamente, quando uscirono i miei lavori su Boni, di bibliografia recente non ce ne era quasi: Boni era solo citato da studiosi di archeologia e belle arti, ma quasi senza studi monografici. Subito dopo l’uscita dei miei lavori, e del tutto indipendentemente, però come se in qualche modo si fosse aperto il tappo della fiala in cui stava nascosto il genio, cominciarono a moltiplicarsi libri, convegni, tesi di laurea. E anche il ricordo di Boni celebrato sul Palatino il 10 luglio del 2013 da Casa Pound, grazie alla sensibilità del suo responsabile culturale Adriano Scianca, va giustamente segnalato. Mi auguro che tra 10 anni, per il Centenario della morte, possa godere di una Mostra da parte del Ministero dei Beni Culturali: non dimentichiamo che Andrea Carandini, il grande archeologo nostro contemporaneo oggi Presidente del FAI, nella sua opera fondamentale “La nascita di Roma”, pubblicata da Einaudi nel 1997, iniziava la serie dei “nomi di alcuni studiosi scomparsi verso i quali ci sentiamo particolarmente debitori” proprio con quello di Giacomo Boni.
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Re: PER GIACOMO BONI

Messaggioda safsdf » 25/02/2017, 23:47

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