Quando Eco bestemmiò Giove...

Prolungamenti, sopravvivenze e riemersioni della Tradizione pre-cristiana d'Italia

Quando Eco bestemmiò Giove...

Messaggioda Sandro Consolato » 21/02/2016, 15:54

In occasione della morte di Umberto Eco, ripubblicò qui l'articolo di Gennaro D'Uva apparso su "La Cittadella" n° 20/2005, con cui si rispondeva ad una "Bustina di Minerva" di Eco sulla tolleranza religiosa, che non si applicava ai pagani perché... non esistevano più.



ECO SI SBAGLIA, PER GIOVE!

Evidentemente Umberto Eco non legge “La Cittadella” né, se li ha veramente letti, ha mai capito un’acca dei libri di Reghini, Evola e Kremmerz. Trattando, infatti, della nota e recente vicenda delle vignette caricaturali di Maometto, Eco, in una delle sue “Bustine di Minerva” (sic!), dal titolo Porco Giove, che succede? (“L’Espresso”, 16 febbraio 2006), ha giustamente condannato integralismi e fanatismi religiosi, invitando tutti, compresi atei e materialisti, alla tolleranza ed al logico rispetto delle varie sensibilità. Dunque, non è opportuno offendere gratuitamente Dio, i Profeti, i Santi e i dogmi dei culti monoteisti, poiché si tratta di figure e di temi riguardanti la fede palpitante delle religioni “viventi”, fede professata e praticata da moltitudini di persone.
Fin qui niente da dire; ma tutto ciò, per Eco, non può valere per i pagani, in quanto, con la sola eccezione di Roberto Calasso (direttore editoriale dell’Adelphi nonché dotto riplasmatore di mitologie e sapienze antiche), essi non sarebbero più in circolazione, essendosi del resto ormai estinta da molti secoli la religione dei Romani e dei Greci. Anzi, conseguentemente, e con una caduta di stile che lasciamo giudicare ai nostri lettori, sarebbe addirittura lecito offenderne le divinità: “È lecito - scrive Eco – che io vada in giro imprecando ‘Porco Giove!’ e ‘Puttana Venere’? Se a me piace è lecito, perché non ci sono più pagani in giro e non offendo la sensibilità di nessuno (anche se un dotto amico mi ha suggerito che offenderei quella di Roberto Calasso). Invece, se pure fossi l’ateo più radicale, il più feroce degli anticlericali, massone e mazziniano, sarebbe lecito che io andassi in giro imprecando al Dio d’Israele, alla Beatissima Vergine e a tutti i Santi? Dipende dalle leggi del paese in cui mi trovo, ma in ogni caso sarei maleducato, volgare e prevaricatore, perché offenderei la sensibilità di molti che mi ascoltano e per cui queste cose sono sacre”.
Ma, sfortunatamente per Eco (che certamente lo sa), i pagani, pochi o molti che siano, esistono ancora; e certo essi non si aspettano che il noto accademico, anche sulla stessa scorta del suo falsamente esibito principio di tolleranza, porga delle scuse formali e riparatrici . I pagani perciò si accontentano di stigmatizzare queste echiane, becere idiozie, che, in quanto tali, si commentano da sole.
Ma non abbiamo detto tutto, perché l’ineffabile Eco così prosegue: “Ci sono, come si sa, profezie che si autodeterminano, e a gridare alla guerra di religione (lo sapevano benissimo Pietro l’Eremita e Bernardo di Chiaravalle) la guerra di religione avviene davvero, e partono le Crociate”.
Sia prudente Eco ad evocare le “profezie che si autodeterminano”, poiché tra tali profezie se ne annoverano anche di paganissime, alcune delle quali, su cui il tacere è bello, hanno lasciato delle tracce anche nella nostra migliore letteratura nazionale. Per esempio, in Gabriele d’Annunzio, segnatamente nella racolta Maia (1903), ove in una poesia, Saluto al Maestro, dedicata ad Enotrio Romano (noto pseudonimo assunto da Giosue Carducci) e riecheggiante le odi Nell’annuale della fondazione di Roma e Alle fonti del Clitumno, si legge:

O padre, verrà quel gran giorno
che ci promise il tuo canto!
Ad ogni alba gli Archi dell’Urbe
sembrano vomire la notte
accidiosa […].
E gli Archi, ecco, aspettano i nuovi
trionfi, perché tu cantasti:
“O Italia, o Roma! quel giorno
tonerà il cielo sul Fòro”.

Tonerà il cielo sul Fòro
liberato d’ogni congerie
vile, d’ogni cenere e polve,
restituito per sempre
nella maestà de’ suoi segni;
ed al fonte pio di Diuturna
scoppieranno le acque lustrali,
e da ogni luogo arido vene
di acque, e torrenti di vita
nelle solitudini prone
dell’Agro, nell’imperiale
deserto, da tutte le tombe;
e tutte le vèrtebre fosche
degli acquedotti saranno
Archi di Trionfo per mille
Volontà erette su carri;
e la croce del Galileo
di rosse chiome gittata
sarà nelle oscure favisse
del Campidoglio, e finito
nel mondo il suo regno per sempre.

E quella sua vergine madre,
vestita di cupa doglianza,
solcata di lacrime il vólto,
trafitta il cuore da spade
immote con l’else deserte,
si dissolverà come nube
innanzi alla Dea ritornante
dal florido mare onde nacque
pura come il fiore salino
portata dai zèfiri carchi
di pòlline e di melodia
là dove l’antico suo figlio
approdò coi fati di Roma
e disse: “Qui è la patria”.
Tonerà il cielo sul Fòro.
I grandi Pensieri e le grandi
Opere saran coronati,
deità novelle, nell’Urbe.

È proprio vero che, presto o tardi, certe “profezie” si autodeterminano, modificando potentemente la realtà. Ed i “pochi” pagani di oggi, che di sicuro non si aspettano le scuse dall’egregio Eco, quasi quasi… ci credono.

Gennaro D’Uva
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Re: Quando Eco bestemmiò Giove...

Messaggioda myname » 28/10/2017, 13:41

I think that is interesting.

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