KSHATRIYA D’ITALIA (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)

Storia militare degli Italiani

KSHATRIYA D’ITALIA (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)

Messaggioda Sandro Consolato » 11/10/2009, 20:09

L'articolo che segue comparve sulla rivista di Renato Del Ponte "ARTHOS" (nuova serie, anno III, vol. I, n° 6, luglio-dicembre 1999, pp. 220-233).
Diversi Amici mi hanno chiesto di renderlo disponibile in questa sezione del nostro forum, ed acconsento volentieri, purché, citandolo altrove, se ne citi sempre l'autore e la fonte originaria, cioè la rivista "Arthos".
Questo articolo mi è particolarmente caro, non solo per l'amore che porto alle due straordinarie figure ritrattevi, quelle degli eroi Teseo Tesei e Salvatore Todaro, di cui indico anche i precisi interessi spirituali, ma anche perché esso mi valse, per la mediazione del vecchio e nobile amico prof. Ferruccio Bravi, una preziosa dedica autografa - "Nel segno di Roma" - del palombaro Emilio Bianchi sull'edizione del suo Diario curata dallo stesso Bravi, nonché i complimenti di un altro grande, nostro "antico", il prof. Pio Filippani-Ronconi. Inoltre, per scrivere tale articolo, contattai telefonicamente lo scrittore e giornalista Oreste Del Buono (morto non molto tempo fa), nipote di Tesei, con cui ebbi una lunga e indimenticabile conversazione, nella quale lui, vecchio militante del PCI, mi congedò dicendomi di ricevere volentieri il mio volume su "Julius Evola e il buddhismo", sottolineando (sono le sue esatte parole) che "le cose importanti alla fine sono queste"...
Ed ora, spero, buona lettura!
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Sandro Consolato
 
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KSHATRIYA D’ITALIA (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)

Messaggioda Sandro Consolato » 11/10/2009, 20:10

PER LA GUERRA, CONTRO LA GUERRA.

Nel 1934 veniva pubblicata l’opera di Julius Evola Rivolta contro il mondo moderno. Erano passati solo sedici anni dalla fine della prima guerra mondiale, due anni dopo sarebbe scoppiata la guerra di Spagna, cinque anni dopo avrebbe avuto inizio la tragedia della seconda guerra mondiale. La critica di Evola alla modernità non mancava di investire le sfere della guerra e dell’etica militare, sempre più piegate “a piani di annessione o di sopraffazione e agli interessi di una industria monopolistica” (1). Ai lettori di Rivolta veniva offerto un orizzonte di cui le ultime vestigia non rimanevano che in Oriente: l’orizzonte di una via ascetica dell’azione avente, rispetto alla via ascetica della contemplazione, “in primo piano [...] un processo immanente, volto a destare le forze più profonde dell’entità umana e a portarle a superare sé stesse, a far sì che, in un’intensità-limite, dalla vita stessa si liberi l’apice della supervita” (2). Di tale via eroica Evola ricordava la culminazione spirituale della Bhagavad-gîtâ, con i suoi insegnamenti rivolti agli kshatriya, ai guerrieri: “Mettendo al pari piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e sconfitta, àrmati per la battaglia: in tal modo, non avrai colpa” (III, 38); “Non v’è [possibilità di] esistenza per l’irreale o [possibilità di] non-esistenza per il reale: coloro che sanno, percepiscono la verità rispettiva di entrambi... Sappi essere indistruttibile ciò che tutto compenetra. Colui che lo considera come uccisore e colui che lo considera come ucciso, sono entrambi ignoranti: esso non uccide e non è ucciso. Non è ucciso, quando il corpo è ucciso. Questi corpi dello spirito eterno, indistruttibile, illimitato, valgono come perituri: quindi sorgi, e combatti” (II, 16, 17, 19, 20, 18) (3). Secondo tali significati avrebbe vissuto la propria partecipazione da volontario nella campagna di Etiopia, in cui trovò eroicamente la morte, Havis De Giorgio, che Evola, amico del padre Guido, dirà “da lui formato secondo gli ideali dell’azione assoluta” (4).
Ma quanti furono i combattenti della seconda guerra mondiale che seppero attingere dalla loro esperienza bellica, pur nel contesto delle moderne, jüngeriane “tempeste d’acciaio”, un superiore senso di ciò che sono la vita e la morte, il loro inscindibile nesso nell’eracliteo pólemos, il punto trascendente dove l’una e l’altra sono superate nella liberazione dello Spirito? Si è soliti nominare i kamikaze giapponesi, e certo in molti di essi il sacrificio eroico della vita ebbe i tratti della pura ascesi, cui li educava il buddhismo, mentre lo Shinto ne sollecitava l’amore disinteressato per la patria e per l’imperatore. Ma tra gli europei, chi potè andar oltre il pur nobile, ma umano eroismo da sempre conosciuto? Credo di poter rispondere con certezza che questo fu il caso di due militari italiani, entrambi appartenenti ai corpi speciali della Regia Marina: Teseo Tesei e Salvatore Todaro. Oggi i loro nomi sono ignoti ai più, ma forse un giorno, quando giungerà al colmo lo schifo per l’ipocrisia delle “bombe intelligenti” della superpotenza americana come per la barbarie nuda e cruda dei miliziani delle guerre etnico-religiose, ignari di pietà verso donne vecchi e bambini, un bel giorno, dicevo, ci si ricorderà di uomini quali Tesei e Todaro come modello di comportamento civile e militare, e gli Italiani potranno vantarsi di aver avuto, nella loro ultima guerra senza fortuna, alcuni tra i migliori guerrieri del mondo.

TESEI.

Teseo Tesei nacque nel 1909 a Campo, nell’isola d’Elba. Frequentò il corso Allievi Ufficiali del Genio Navale all’Accademia Navale di Livorno e poi la Scuola di Ingegneria navale di Napoli. Già direttore di macchina su navi di superficie e su sommergibili, tra il ’35 e il ’36 progettò e realizzò con il suo amico Elios Toschi, anch’egli ingegnere e ufficiale del Genio Navale, il “siluro a lenta corsa” (SLC) ovvero, secondo la più popolare denominazione, la cui paternità è dello stesso Tesei, il “maiale”, arma destinata a dare il più alto onore alla nostra Marina. Già reduce dalla guerra di Spagna, l’ufficiale elbano nel 1940 si trovò con l’inseparabile Toschi a Bocca di Serchio, in Versilia, base segreta di quel reparto, esistente embrionalmente fin dal ’36, che dal 13 marzo ’41 assumerà il nome di Xa Flottiglia Mas.
Già nei primi mesi del ’40, nelle esercitazioni subacquee con i maiali e i barchini esplosivi, Tesei manifestò quello che il principe Junio Valerio Borghese, poi comandante della Xa dal maggio ’43, chiamerà il “vertice del più sublime e distaccato misticismo” (5). “L’esito della missione - diceva Tesei - non ha molta importanza, e neanche l’esito della guerra. Quello che veramente conta è che vi siano uomini disposti a morire nel tentativo e che realmente muoiano: perché è dal sacrificio nostro che le successive generazioni trarranno l’esempio e la forza per vincere” (6). Del resto le sue idee sulla guerra erano quelle di cui dà testimonianza nel suo diario di prigionia il palombaro Emilio Bianchi, che ricorda queste altre parole di Tesei: “La guerra non tanto importa vincerla, quanto combatterla bene” (7). E ancora: “Le guerre non si dovrebbero mai fare; ma se si fanno bisogna saperle combattere fino in fondo, anche in caso di sconfitta” (8).
Oreste Del Buono, notissimo giornalista e scrittore, meno noto come nipote, e nipote carissimo, di Teseo Tesei, mi ha descritto, in una conversazione privata, lo zio materno come un puro marinaio elbano, dall’aspetto quasi arabo, con i suoi baffi scuri sul volto abbronzato. Borghese ne ricorda il “profilo tagliente addolcito dai profondi occhi scuri in cui si legge la maturità del pensiero e la fermezza del carattere” (9). Chi lo conobbe ne testimonia l’assoluta purezza d’animo, la forza del carattere e l’integrità morale. Del Buono rapporta queste qualità all’educazione familiare, severa ma anche non conformista. Ferruccio Bravi riferisce questo episodio narratogli da Bianchi, che riporto come testimonianza di un costume ben lontano da quello di tanti italiani di ieri e, soprattutto, di oggi: “Nella base segreta di Bocca di Serchio il comandante Tesei disponeva di un’auto di servizio e di un autista personale da potersi scorrazzare a volontà senza dover rendere conto a nessuno; tuttavia usava la bici per raggiungere la sua bella a Migliarino a pochi chilometri dalla base. Una volta usò l’auto di servizio perché pioveva a rovesci. A destinazione, domandò all’autista: ‘Quanto ci vuole di carburante per arrivare fin qui e tornare?’. ‘Non so di preciso - rispose l’autista - ma di certo meno di due lire’. ‘Bene - soggiunse Tesei porgendo una moneta di cinque lire - va dal tabacchino e portami due lire di marche da bollo’. Tornato l’autista, Tesei fece in minutissimi pezzi le marche da bollo dicendo: ‘Rimborso la benzina allo Stato senza complicazioni burocratiche. Tieni il resto, va al cinema e torna a prendermi fra due ore’” (10).
Beppe Pegolotti, nel suo Uomini contro navi, scrive: “Un essere straordinario, come se ne può incontrare uno ogni cento anni. Aveva una forza spirituale enorme, era un uomo al di là di tutto. Di fronte a lui sembravano tutti piccoli (...) Avrebbe potuto emergere in ogni campo, sarebbe potuto diventare un santo, tanta era la luminosità del suo spirito” (11). Tali parole si illuminano di verità al racconto fattomi da Del Buono, il quale mi ha confermato che Tesei seguiva da tempo, insieme al cugino Ulisse, pratiche yogiche, accompagnate da regime dietetico vegetariano. L’influsso della cultura indù è testimoniato anche da Ferruccio Bravi, che ha raccolto le confidenze di Emilio Bianchi, attestando che l’eroe italiano “era convinto che le anime dovessero trasmigrare in altri esseri” (12). E sempre Bravi aggiunge: “Tesei aveva i piedi ben piantati a terra, ma viveva nel soprannaturale. Era un novio de la muerte: il suo olocausto era previsione scontata per i compagni. Un giorno Toschi disse: ‘Teseo non lo rivedremo più. Io so che va a morire’” (13).
Oreste Del Buono mi ha detto che Tesei si sarebbe sentito a suo agio tra i kamikaze del Giappone. Egli non ha escluso neanche dei suoi contatti col mondo orientale, anche arabo (studiava infatti questa lingua). E a questo punto non meraviglia che fosse anche lettore di Julius Evola. Del Buono ricorda il dono, a lui giovinetto, di Rivolta contro il mondo moderno, accompagnato dalla severa affermazione che in quel libro vi era profetizzato il destino dell’Europa e del mondo. Il che spiega meglio certe frasi di Tesei già citate sulla guerra e sul combattere al di là della prospettiva della vittoria. E al di là del più generale problema etico-politico, su un piano più strettamente individuale, è chiaro che in Rivolta Tesei aveva potuto veder chiaramente prospettata l’ascesi guerriera sul modello della Bhagavad-gîtâ.
Col grado di capitano del Genio Navale Tesei partecipò nell’agosto del ’40 alla prima spedizione contro Alessandria, nel settembre e nell’ottobre alla prima e alla seconda contro Gibilterra, ottenendo qui la promozione a maggiore per meriti di guerra. Alla vigilia del terzo tentativo italiano di forzare il porto di La Valletta, Tesei, benché la sua salute fosse già seriamente compromessa dalle precedenti azioni, ed essendo di fatto dichiarato inidoneo al servizio di sommozzatore per grave vizio cardiaco, chiese ed ottenne dal suo superiore, il comandante della Xa Vittorio Moccagatta, di partecipare alla disperata impresa maltese. Volle per sé il compito di aprire col suo maiale un varco nell’ostruzione retale, onde consentire poi ai barchini di penetrare in successione nel porto. Aveva detto al tenente di vascello Costa, l’ultimo compagno d’armi che lo vide vivo: “Presumo che non farò in tempo altro che a portare a rete il mio SLC. Alle 4.30 la rete dovrà saltare e salterà. Se sarà tardi, spoletterò al minuto” (14). Probabilmente fu così, e l’esplosione dilaniò lui e il suo secondo, Alcide Pedretti. Era il 26 luglio del ’41. A Gino Birindelli Tesei aveva detto già nel ’40: “A Malta, spolettando a zero, e saltando tutti per aria, questo s’ha a fare!” (15).
Di Tesei non fu ritrovata che la maschera con alcuni brandelli di carne attaccata. In quella missione si chiudeva con tragico eroismo la vita di ben quindici marinai italiani. Lo stesso comandante della Xa Moccagatta e il capo del reparto barchini Giorgio Giobbe perirono nella sfortunata incursione di Malta. Il giorno stesso in cui aveva udito a Bocca di Serchio la notizia dell’entrata in guerra dell’Italia, Tesei aveva affermato: “E adesso, costi quel che costi, le nostre forze armate devono togliere subito di mezzo Malta” (16). Dirà Emilio Bianchi: “parole di una personalità eccezionale che vede lontano, parole che recano un segno del destino” (17). Di contro, dall’amara testimonianza di Borghese risulta che mentre la neutralizzazione di Malta “avrebbe dovuto costituire da anni l’oggetto degli studi e dei piani dei nostri Stati Maggiori”, all’atto della dichiarazione di guerra del ’40 non v’era ancora nessun piano del genere (18). L’insipienza dei nostri alti Comandi rende ancora più nobili le parole scritte da Tesei a persona amica poco prima di avviarsi alla morte: “Quando riceverai questa lettera avrò avuto il più alto degli onori, quello di dare la mia vita per il Re e per l’onore della Bandiera. Tu sai che questo è il più grande desiderio e la più elevata delle gioie per un uomo...” (19).

TODARO.

Salvatore Todaro nacque a Messina nel 1908. La sua famiglia (il padre era maresciallo d’artiglieria) dopo il terremoto si trasferì nella Laguna Veneta, e qui Salvatore crebbe e frequentò le scuole, tra San Pietro in Volta, Sottomarina e Chioggia. Nella sua educazione contò molto l’esempio di monsignor Umberto Voltolina, parroco di Sottomarina, uomo “di una bontà e generosità senza limiti” (20), da cui imparò un francescano disinteresse per sé congiunto ad un acuto spirito di carità verso il prossimo. Dopo gli studi tecnici, nel ’23 Todaro entrò all’Accademia navale di Livorno, avendo tra i suoi compagni di corso Junio Valerio Borghese, Fecia di Cossato, Enzo Grossi (21). Negli anni livornesi conobbe anche la futura moglie, Rina Anichini, sposata nel ’33. Ebbe la nomina a guardia marina nel ’28.
Fin dalla giovinezza si riscontrano in lui tratti che lo avvicinano a Tesei. Un suo compagno di corso, Walter Ghetti, così ne parla: “Todaro era differente da noi, non solo per alcune peculiarità, come la pratica dello yoga, il non mangiare mai carne, il carattere chiuso e un po’ melanconico; tuttavia, provammo per lui una grande amicizia, malgrado questo essere differente, che era superiorità: probabilmente perché lo sentivamo sincero. E sentivamo anche la necessità, pur non potendo ancora misurare la forma di tale differenza, di rispettare una personalità già delineata” (22).
Divenuto sottotenente di vascello, Todaro aspirò a far parte del reparto aereosiluranti e nel ’31 lo troviamo nella 187a Squadriglia Idrovolanti Elmas. Ma il 27 aprile del ’33 un incidente a Cadimare (La Spezia) gli provocò una grave contusione della colonna vertebrale che lo costrinse a portare un busto per tutta la vita e a rinunciare al volo. Ciò nonostante volle rimanere in servizio.
Già in Accademia si era esercitato in esperimenti di suggestione ipnotica. Vi è chi, come il comandante Walter Auconi e il comandante De Grossi Mazzorin, ha parlato di “spiritismo”, ma a quanto è dato capire solo per indicare esperimenti di metapsichica, e doti particolari del nostro ufficiale, scaturite dalle sue pratiche ascetiche, come emerse durante la guerra con “l’episodio del tenente Stiepovich morto, in seguito all’asportazione di una gamba per un colpo di artiglieria, quasi senza accusare dolore proprio per opera di suggestione del comandante Todaro” (23). E “sempre in base a questi esperimenti, egli comunicò ai suoi compagni più cari una triste profezia: ‘Io morirò in guerra, - disse - ma non da sveglio. Sarò ucciso mentre starò dormendo” (24).
Il comandante Aldo Lenzi, con Todaro sul sommergibile “Cappellini” e poi con i mezzi d’assalto della Xa in Crimea, racconta: “Il comandante Todaro credeva, direi così, in termine generale nelle scienze occulte. Mi aveva insegnato, per esempio, a girare, a passeggiare intorno al nostro ‘Cappellini’, quando era in porto ‘perché - diceva - bisogna imparare e riuscire a sentire quello di cui abbisogni, tu credi di pensarlo tu, invece è lui che te lo suggerisce, se sai ascoltarlo’. - In Atlantico cercavamo sulla carta nautica, con il pendolino, i convogli. - Ho anche visto con i miei occhi far cessare il dolor di denti a un operaio francese passandogli sulla guancia due volte con il palmo di una mano. - [...] Lo ho sentito dire più volte che da sveglio nessuno lo avrebbe mai... beccato. Così è stato” (25).
Nel 1936, con il grado di tenente di vascello, Todaro iniziava il suo tirocinio di sommergibilista come ufficiale in seconda sul “Colonna”, partecipando dal ’36 al ’39 alla guerra di Spagna; dal ’37 come comandante. Caratteristica del nostro ufficiale era di dare ad ogni normale esercitazione il carattere, l’intensità di un’azione di guerra. Colpivano certi suoi atteggiamenti, non sempre approvati dai Comandi superiori, come quello di volere che i propri marinai fossero armati di pugnale, quasi li aspettasse un imminente arrembaggio. Aldo Cocchia così spiega: “non si trattava d’una guasconata di dubbio gusto o d’una puerile concezione della guerra moderna. [...] il pugnale serviva soltanto per esaltare le virtù aggressive di un equipaggio destinato ad un’aspra crociera di guerra. - Soltanto lui, il Comandante, non ostentava armi sulla sua persona - ho anzi l’idea che non ne abbia mai portate nella sua vita - e ciò s’intonava perfettamente col suo viso aperto, bruno, simpaticamente allungato da una breve barbetta crespa e con i suoi occhi luminosi che tradivano chiaramente tutta la bontà del suo animo umanissimo” (26). E il comandante Lenzi, sempre a proposito delle originalità antimoderne di Todaro, narra: “Aveva anche fatto rinforzare la prora del sommergibile con una forte lamiera d’acciaio tagliente perché, qualora fossimo stati costretti ad emergere per la caccia nemica ‘ci si può sempre buttare ad un bello speronamento - diceva Todaro - nella pancia di un caccia nemico... che non se l’aspetta perché non c’è scritto nei libri della guerra... moderna” (27).
Severo ed affettuoso ad un tempo, Todaro era idolatrato dai suoi uomini. Lenzi testimonia che ad ogni partenza del suo sommergibile si scoprivano dei clandestini a bordo, marinai che anelavano a far parte del suo equipaggio. I suoi marinai lo chiamavano affettuosamente “Mago Bakù” (un nome che veniva da un giornale umoristico dell’epoca), per le sue qualità sapide di magia. Il marinaio Vittorio Marcon racconta: “Ricordo che era avvenuto che il Comandante col pensiero avesse chiamato qualcuno dell’equipaggio, e questi fosse arrivato come se lo avessero richiesto ad alta voce. Una volta ero con lui, nello stesso locale, che era un locale perfettamente chiuso, isolato dagli altri, ed egli disse il nome di un sottufficiale. Non era passato forse un minuto che quel sottufficiale bussò alla porta, proprio come avesse sentito di essere chiamato dal Comandante” (28).
L’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale colse Todaro comandante del sommergibile “Luciano Manara”. Già a fine maggio del 1940, quando l’ingresso dell’Italia nel conflitto era nell’aria, egli aveva scritto alla moglie Rina: “Ho compreso che la morte coglie solo i vili. Per gli altri non esiste. Io sono pronto ad osare ciò che non è stato mai osato, come è nel motto del mio sommergibile [Inausum audet]” (29). E il 6 giugno: “Io so di combattere per te, per mio figlio, per il nostro popolo che da secoli aspetta il posto a cui ha diritto nel mondo. E sta tranquilla che non rifiuterò il combattimento” (30). Poco più avanti venne destinato a Bordeaux, al Comando Superiore delle Forze subacquee italiane in Atlantico. E lì fu al comando del sommergibile “Cappellini”, col quale dimostrò subito come la sua etica guerriera comportasse l’assoluta disponibilità al sacrificio di sé unitamente all’imperativo di salvare, se possibile, la vita altrui.
Furono memorabili, tanto da renderlo famoso e ammirato dal nemico, i suoi affondamenti del piroscafo belga “Kabalo” (ottobre ’40) e del piroscafo armato inglese “Shakespeare” (gennaio ’41). In entrambi i casi egli salvò tutti i naufraghi, rimorchiandone la lancia dopo aver prestato cure mediche ai feriti, e addirittura, perduta tutt’e due le volte la lancia a rimorchio, egli tornò indietro a cercarla, quindi portò col “Cappellini” fino alla terra ferma il nemico beneficato. Venuto a conoscenza delle rimostranze tedesche per il salvataggio dei naufraghi del “Kabalo”, egli, che non conosceva né il servilismo né il conformismo, rispose seccamente a chi si era fatto latore di tali rimostranze: “I Tedeschi non hanno dietro di loro i nostri duemila anni di civiltà”, quindi si congedò con un “Buona sera, signori!” (31). Quando nel gennaio del ’41, dopo più di due ore di combattimento, affondò l’incrociatore ausiliario inglese “Eumaeus”, si dispiacque non poco di non aver potuto salvare nessuno dei tremila uomini che trasportava, rimasti privi di scialuppe.
L’ammiraglio Vittorio E. Tognelli ebbe a dire di Todaro: “La sua tattica preferita era quella più ardita e pericolosa: attacco di giorno con cannone, anche se sconfessata dai suoi superiori per il grave rischio cui sottoponeva l’unità e per le perdite che inevitabilmente subiva in combattimento” (32). Ma i suoi uomini non temevano di morire, perché sapevano che il primo ad esporre la propria vita era il loro comandante. Sul suo sommergibile regnava un cameratesco egualitarismo: uguale vestiario, uguale vitto, uguale tempo libero per tutti, obbligo di ginnastica giornaliera. Scriverà l’ammiraglio tedesco Doenitz sul temperamento e le qualità militari dei sommergibilisti italiani: “Essi sono perfettamente capaci di attaccare il nemico con ardimento e abnegazione. Anzi, in certe circostanze, possono, nello slancio dell’azione, comportarsi più audacemente di noi che non ci lasciamo trascinare così dall’entusiasmo della battaglia” (33).
La salute di Todaro era però minata dall’incidente del ’33. Mascherava le sue sofferenze per rimanere al suo posto di combattimento, ma nel dicembre del ’41 veniva dichiarato “disponibile ammalato” e rimpatriato. Aveva affondato nell’Atlantico ben 30.000 tonnellate di naviglio nemico. Mentre cercava a tutti i costi di tornare a combattere, incontrò il suo ex compagno di corso, ora capitano di corvetta, Junio Valerio Borghese, che aveva appena assunto il comando interinale della Xa Mas, proprio dopo quel fatale 25 luglio ’41 che aveva visto morire nelle acque di Malta Moccagatta, Giobbe, Tesei e gli altri valorosi della Xa.
Borghese volle Todaro in sostituzione di Giobbe, alla testa del Reparto di superficie, che venne intitolato a “Vittorio Moccagatta”, mentre quello subacquei lo fu a “Teseo Tesei”. Così il principe romano ritrasse poi Todaro nel suo Decima Flottiglia Mas: “Di statura normale, appariva più piccolo per l’abbandono delle spalle sempre un po’ curve; lo sguardo vivissimo negli occhi scuri, il volto affilato e incorniciato da un pizzetto nero; acuto psicologo, chiaroveggente e singolarmente iniziato nei problemi teosofistici, dotato di un coraggio freddo e cosciente e di una volontà e capacità di lavoro eccezionali” (34).
Todaro, che era un buon tecnico, contribuì al perfezionamento dei barchini e creò il nuovo motoscafo silurante, lo “SMA” (Silurante Modificato Allargato). Nella primavera del ’42 fece parte, come capo squadriglia per i motoscafi siluranti e i barchini esplosivi, della flottiglia italiana inviata nel Mar Nero, ancora di assoluto dominio sovietico, per contribuire dal mare all’assedio di Sebastopoli e Balaclava, che i tedeschi operavano da terra. Famosa fu una sua beffa ai russi di sapore dannunziano. Una notte, al termine di una spedizione, riempì le acque di fronte a Sebastopoli di barattoli dipinti coi tre colori italiani e con l’avvertenza, scritta in cirillico, che non contenevano esplosivi. Dentro, in effetti, non v’era che il seguente messaggio rivolto ai sovietici: “Davanti al tuo porto, al di là degli inviolabili sbarramenti, al di là delle sicure reti, ovunque tu sia, ti sappiamo raggiungere e colpire a morte. Nulla ti può proteggere da noi. I mezzi d’assalto della Marina italiana sanno beffarsi della morte e di tutte le difese. Hai già imparato a conoscerci. Saremo il tuo incubo, la tua ossessione; sino a quando non ti avremo completamente schiacciato. Arrivederci a presto. Viva l’Italia!” (35).
Sebastopoli capitolò il 2 luglio del ’42. I tedeschi, le cui forze di terra avevano certamente determinato la vittoria sui russi, volevano accapparrarsi anche i meriti dell’assedio dal mare, e più concretamente sottrarre agli alleati rumeni, che pure avevano combattuto valorosamente, ogni pretesa sul porto di Balaclava. Il 1° luglio i rumeni, contrariamente al volere dei tedeschi, decisero di entrare per primi a Balaclava da terra, facendosi strada “con un valoroso assalto all’arma bianca” (36), e Todaro, di sua iniziativa, senza avvertire il suo superiore Mimbelli per non essere intercettato dai tedeschi, decise a sua volta che i cinque motoscafi italiani sarebbero entrati nel porto a bandiere spiegate prima dei mas germanici. E così fu, sotto gli ultimi fuochi dell’artiglieria costiera sovietica. Il colonnello rumeno Dimitrescu accolse felice i fratelli latini giunti dal mare, festeggiando con... cipolle e champagne!
Il 4 luglio ’42 Todaro tornava in Italia dal Mar Nero, dove aveva compiuto tredici missioni di guerra. Il comandante Auconi testimonia che Todaro “sentiva” (37) che sarebbe caduto in guerra e che parlava di ciò senza commozione, con assoluta naturalezza. A ottobre visitò per l’ultima volta la famiglia a Sottomarina. Si recò dal monsignor Voltolina e, malgrado anche la sua famiglia stentasse a far quadrare il bilancio, fece, come era solito, generosa beneficienza anonima ai poveri assistiti dal buon prete. L’amico Armando Boscolo, che lo vide allora per l’ultima volta, racconta: “di quell’ultimo incontro ha lasciato l’immagine di un volto soffuso di misticismo oggi quasi inverosimile, di uno sguardo di una soavità serafica, di una voce dolce e fatta soltanto per dire parole buone” (38).
La mattina del 14 dicembre ’42, nell’isolotto di La Galite, mentre riposava a bordo del “Cefalo”, il piropeschereccio nave-appoggio dei moto-siluranti della Xa, con i quali si preparava ad attaccare il porto tunisino di Bona, Todaro morì durante l’attacco di due caccia inglesi. Un proiettile trapassò il ponte e una scheggia colpì la sua testa. Lo trovarono nella sua cuccetta, che pareva continuasse a dormire. Si avverava così la sua profezia: “Io morirò quando il mio spirito sarà lontano da me” (39). Fu seppellito a La Galite. Il duca Aimone di Savoia-Aosta scriverà alla vedova ricordando Todaro quale “Valoroso tra i valorosi, incarnazione dello spirito guerriero” (40). Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria, in guerra il comandante Todaro aveva ottenuto due medaglie di bronzo, tre d’argento e, dall’alleato germanico, la croce di ferro di prima classe.

L’EREDITÀ.

La morte risparmiò sia a Tesei che a Todaro, ufficiali non fascisti ma monarchici, la vergogna dell’8 settembre. Quando, dopo quella data, Junio Valerio Borghese diede vita alla nuova Xa repubblicana, si ricordò proprio di Tesei e di Todaro, come si evince da questa sua testimonianza:
“Tutta la storia della Decima dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 sta [...] a testimoniare quale forza morale e rivoluzionaria abbia ispirato la condotta dei miei marinai.
“Un riflesso di tale carica spirituale può essere anche identificato nello ‘scudetto’ da braccio che adoperammo sull’uniforme: la ‘X’ della Decima su campo azzurro, sormontata dal teschio con la rosa in bocca. Tale scudetto nacque, come del resto la canzone della Decima, in un albergo presso Lerici, dove erano ospitate la mia famiglia e quelle di altri ufficiali e dove qualche volta, di sera, riuscivamo a trovarci per trascorrere qualche ora di distensione.
“L’idea dello ‘scudetto’ con il teschio e la rosa rossa ci venne ricordando il comandante Todaro, Medaglia d’Oro, una delle figure leggendarie della Decima ante 8 settembre. Todaro, come Teseo Tesei, un altro dei nostri eroi, aveva lasciato in noi della Decima una traccia profonda e indelebile. Todaro era il mistico di un determinato tipo di vita, che cercava più che la vittoria, la bella morte. ‘Non importa’, ci diceva, “affondare la nave nemica. Una nave viene ricostruita. Quello che importa è dimostrare al nemico che ci sono degli italiani capaci di morire gettandosi con un carico di esplosivo contro le fiancate del naviglio avversario’. Tra l’altro, prima di cadere, ci aveva parlato del suo desiderio di coniare un distintivo dove apparisse l’emblema di una rosa rossa in bocca a un teschio: ‘Perché per noi’, ci aveva detto, ‘la morte in combattimento è una cosa bella, profumata’.
“Nel suo ricordo, disegnammo così lo ‘scudetto’. E mai, forse, un distintivo fu ‘capito’ e portato con tanta passione” (41).
Ma questo non vuole essere uno scritto sulla Xa, sul significato profondo, oggi riconosciuto anche da politici e da storici non più disposti ad alimentare leggende nere, di quella singolare esperienza etica e militare. Quindi qui mi fermo. Quello che mi preme sottolineare in conclusione è che un unico significato racchiude il dono della propria vita di Tesei e di Todaro, e di quanti li ebbero come esempio, e quell’anonima e generosa elemosina fatta dal “sommergibilista-mago” ai bisognosi della sua Laguna. In un mondo dominato dall’etica mercantile che chiede, fino alle odierne diavolerie della ricerca dell’immortalità fisica, la salvezza della propria vita perché vivere significa possedere ed accumulare sempre di più (altra vita, altri soldi, altro potere, altro sesso, altri subordinati non per reale gerarchia ma per condizione economica) - in un tale mondo l’economia aristocratica ed ascetica del dono fa proprio il detto dei sufi secondo cui “Dio è un tesoro nasconto che volle essere speso”. Ed io penso che spendendo, donando ciò che avevano, dai beni materiali fino al bene supremo della vita, i guerrieri-asceti come Todaro e Tesei abbiano strappato il velo illusorio che li separava da quel Dio rivolgendosi al quale l’eroe Arjûna nella Bhagavad-gîtâ dice: “Come le farfalle con crescente velocità si precipitano nella fiamma ardente a trovare la loro distruzione, così i viventi con crescente velocità nelle Tue bocche a trovare la distruzione si precipitano. Come le innumerevoli fluide correnti scorrono dirette soltanto al mare, similmente questi eroi del mondo mortale entrano nelle Tue bocche ardenti” (XI, 29, 28) (42).

SANDRO CONSOLATO

POSTILLA. Ringrazio Oreste Del Buono per l’estrema gentilezza e generosità con cui ha accolto il mio invito a parlargli dell’indimenticabile zio Teseo Tesei. Un sentito grazie va anche al prof. Ferruccio Bravi, editore e curatore del diario di guerra e di prigionia di Emilio Bianchi, che mi ha fornito un fondamentale aiuto bibliografico, permettendomi inoltre di avvalermi della sua inedita Controstoria 1939-1946. Mi piace infine raccontare che questo mio scritto ha all’origine due ricordi d’infanzia, risalenti al tempo delle Elementari, agli ultimi anni 60: la lettura di un articolo della “Domenica del Corriere” in cui incontrai per la prima volta il nome di Tesei e di cui mi rimase impresso, chissà perché, il dato che il nostro eroe fosse vegetariano; la lettura di un brano di sussidiario avente come protagonista il comandante Todaro quale generoso salvatore di naufraghi. Due tasselli di un mosaico che solo oggi, nella mia immatura maturità, sono riuscito a comporre, senza peraltro alcuna pretesa di originalità, tanto più che “gli uomini vivono di doni più di quanto se lo imaginino” (Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, Roma 1971, vol. I, p. 342) [sc].




1) J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, V ed., Roma 1976, p. 163.
2) Ibid., p. 150.
3) Cfr. ibid., p. 157
4) J. Evola, Il Cammino del Cinabro, II ed., Milano 1972, p. 92.
5) J. V. Borghese, Decima Flottiglia Mas, Milano 1968, p. 14.
6) Ibid.
7) E. Bianchi, Pagine di diario 1940-1945: memorie di guerra e di prigionia d’un operatore dei mezzi d’assalto della Marina Militare italiana, con note e commento di F. Bravi, Bolzano 1996, p. 93.
8) Ibid., p. 118.
9) J. V. Borghese, op. cit., pp. 5-6.
10) Dall’opera inedita di F. Bravi, Controstoria 1939-1946.
11) A. Boscolo, op. cit., pp. 9-10.
12) B. Pegolotti, Uomini contro navi, Firenze 1967, p. 18.
13) Dalla cit. opera inedita di F. Bravi.
14) Ibid. Ma l’affermazione di Toschi è tratta da Pegolotti, op. cit., p. XII.
15) J. V. Borghese, op. cit., p. 136.
16) Ibid., p. 62.
17) E. Bianchi, op. cit., p. 16.
18) Ibid.
19) J. V. Borghese, op. cit., p. 32.
20) Ibid., p. 145.
21) A. Boscolo, Il Comandante Salvatore Todaro, Roma 1970, p. 7. Ci sembra importante sottolineare che l’autore della bella biografia di Todaro, nativo di Sottomarina, fu compagno d’infanzia ed amico dell’eroico marinaio.
22) Il nostro compianto amico Pietro Wrann, ufficiale della Marina nella seconda guerra mondiale e prigioniero “non collaboratore” degli Alleati dopo l’8 settembre, conobbe Grossi dopo il ’45 in Argentina e ci informò come pure quest’altro famoso marinaio, che ebbe anche il comando dei nostri sommergibilisti atlantici a Bordeaux, ebbe interesse per le dottrine iniziatiche.
23) Ibid., p. 23 (testimonianza di Auconi).
24) Ibid., p. 24.
25) Ibid., pp. 24-25. Il racconto relativo alla circumambulazione del sommergibile ci sembra anticipare un tema ai nostri giorni reso noto dal libro di Robert M. Pirsig Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta: quello di un genius connesso agli stessi mezzi meccanici creati dall’uomo.
26) Ibid., p. 31.
27) Ibid., p. 33.
28) Ibid., p. 38.
29) Ibid., pp. 34-35.
30) Ibid., p. 42.
31) Ibid., p. 87.
32) Ibid., p. 84.
33) Ibid., p. 112.
34) J. V. Borghese, op. cit., p. 148.
35) A. Boscolo, op. cit., p. 145.
36) J. V. Borghese, op. cit., p. 234.
37) A. Boscolo, op. cit., p. 151.
38) Ibid., p. 154.
39) Ibid., p. 164.
40) Ibid.
41) In G. Bonvicini, Decima Marina! Decima Comandante! La fanteria di matina 1943-1945, Milano 1988, pp. 25-26., p. 169.
42) In J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 158.
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Re: KSHATRIYA D’ITALIA (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)

Messaggioda Catenaccio » 18/10/2009, 15:08

Articolo superlativo su due grandi italiani! Complimenti. :adorazione:
E quando anche il Piave mormorava
"non passa lo straniero" e l'austriaco non passava
quando Caporetto significa lo stimolo
si alza la testa l'Italia non si abbassa
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Re: KSHATRIYA D’ITALIA (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)

Messaggioda Sandro Consolato » 27/07/2013, 11:11

"Colgo l'occasione per ringraziarla del nr. 6 di Arthos, la cui lettura trovo assai stimolante. Ho vivamente apprezzato la rievocazione del Teseo e del Todaro, autentici archetipi di quello che possiamo denominare l' "asceta-cavaliere" dei nostri tempi".

dalla Lettera di Pio Filippani Ronconi a Renato del Ponte, 28 marzo 2000.
Vedi originale in "Arthos" 19 nuova serie, pag. 75.
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