Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola tradita

Storia militare degli Italiani

Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola tradita

Messaggioda Michele Scoto » 21/02/2012, 20:58

Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola tradita

Angelo Spaziano

Ci fu un tempo in cui mostrare amore per la nostra Patria non solo era "politicamente scorretto" ma poteva risultare pure terribilmente pericoloso. Erano i giorni in cui, a fine seconda guerra mondiale, con l'irruzione delle orde del maresciallo Tito all'interno della Venezia Giulia, chiunque venisse sorpreso a parlare italiano veniva immediatamente etichettato come fascista. Una parola che a quell'epoca e in quelle circostanze era sinonimo di nemico del popolo iugoslavo. A questo punto la condanna era scontata e si correva il rischio di essere eliminati seduta stante. Oggi infatti, per le nostre genti, quelle insanguinate contrade sono sinonimo di infoibamento, di deportazione, di esilio. Ma a febbraio, in cui si celebra la giornata della memoria dei martiri giuliano-dalmati, occorre ricordare coloro che, sfidando la morte, non si rassegnarono a un tale stato di cose e decisero di reagire. Una di queste fu Maria Pasquinelli, fiorentina, volontaria crocerossina al seguito delle truppe italiane in Libia.
Fermamente intenzionata a servire la Patria in armi, nel novembre 1941 Maria lasciò l'ospedale di El Abiar (a 40 km da Bengasi), dove prestava servizio, per raggiungere la prima linea travestita da soldato. Scoperta, fu subito rimpatriata. Nel gennaio 1942 la donna chiese di essere inviata in Dalmazia e per qualche tempo insegnò italiano a Spalato, allora italiana. Maria lo sapeva bene cosa stava per succedere da quelle parti, avendo assistito in prima persona al recupero delle salme dei soldati massacrati e documentato le atrocità delle foibe. A Spalato infatti s'imbatté in una fossa comune contenente i resti di 200 militari della "Bergamo" e partecipò al recupero di altre centinaia di cadaveri.
Una volta trasferitasi a Trieste, Maria iniziò ad attivarsi inviando memoriali, denunce alle autorità della Rsi e stabilendo contatti tra la Xª Flottiglia Mas e i partigiani della "Franchi" e delle "Brigate Osoppo". L'intento era quello di costituire un argine per la difesa dell'italianità nel confine orientale. Ma tutto fu vano. Per questa attività la maestrina venne persino arrestata dai tedeschi e, minacciata di deportazione, fu salvata solo per l'interessamento di Junio Valerio Borghese. I cittadini di Pola, a dire la verità, sulle prime si erano illusi di poter sfuggire al terribile destino che li aspettava. Ma ormai, svanita ogni illusione, i polesani si apprestavano a fare i conti con la dura realtà. Fu proprio allora che l'ex crocerossina prese l'irrevocabile decisione. Era la mattina del 10 febbraio 1947. Mentre sui pennoni di Pola stava per essere issato il vessillo con la stella rossa, a migliaia di chilometri di distanza, a Parigi, il Bel Paese, con un semplice tratto di penna, s'apprestava a dare l'addio a Istria, Fiume e Dalmazia. E questo lei, fervente patriota, non lo poteva sopportare.
Per l'occasione la guarnigione britannica era schierata in grande spolvero davanti alla sede del comando. A passarla in rassegna era stato chiamato il generale De Winton. L'ufficiale stava avviandosi verso il picchetto d'onore quando, dalla piccola folla presente, si staccò la Pasquinelli, che, avvolta in un cappotto rosso, si diresse a passo deciso verso di lui. Senza profferir parola, ed estratto il revolver, la donna fece fuoco. Tre proiettili colpirono il generale dritto al cuore, fulminandolo. Per qualche giorno le autorità militari alleate mantennero il massimo riserbo sull'episodio. Fu solo grazie a Indro Montanelli, presente a Pola come inviato del Corriere della Sera, che fu possibile far conoscere all'opinione pubblica la vera motivazione dell'attentato. In tasca alla donna, convinta di lasciare la vita nell'operazione, venne trovato un biglietto nel quale spiegava le ragioni che l'avevano portata a compiere quel gesto: «Io mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d'Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio». Maria Pasquinelli fu processata due mesi dopo il fatto dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Il 10 aprile fu pronunciata la sentenza che la condannava a morte. Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto: «Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli». In seguito, la pena capitale fu commutata in ergastolo e la patriota fu trasferita nel penitenziario di Perugia. Nel 1964 tornò in libertà, ma non ha mai concesso interviste. Maria Pasquinelli ha cercato di farsi dimenticare ritirandosi nella sua casa di Bergamo, dove è morta serenamente lo scorso anno.


SECOLO d'ITALIA - 21/02/2012
Michele Scoto
 
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Re: Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola tradita

Messaggioda La Cittadella » 26/10/2012, 14:03

Michele Scoto ha scritto:Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola tradita

AMaria Pasquinelli ha cercato di farsi dimenticare ritirandosi nella sua casa di Bergamo, dove è morta serenamente lo scorso anno.


SECOLO d'ITALIA - 21/02/2012



Attenzione: Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola, non è affatto morta, ma vive serenamente in un pensionato a Bergamo. L'anno prossimo compirà 100 anni!
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Re: Maria Pasquinelli, la "vendicatrice" di Pola tradita

Messaggioda La Cittadella » 25/03/2013, 22:48

Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo:

MARIA PASQUINELLI - 100 ANNI. MARIA PASQUINELLI
ONORE - RICORDO - AUGURI A MARIA


Laura Brussi - Esule da Pola

Il 10 febbraio è stato scelto quale «Giorno del Ricordo» dell'Esodo giuliano, istriano e dalmata, e della tragedia delle foibe, con la Legge 30 marzo 2004 numero 92, approvata dal Parlamento Italiano con voto quasi unanime. Si tratta di una data non casuale, perché il 10 febbraio 1947 venne firmato il «diktat» imposto all'Italia dai 21 Stati vincitori del Secondo Conflitto Mondiale: come è stato detto da Benedetto Croce e da Vittorio Emanuele Orlando, si sarebbe potuto evitare la firma, al pari della ratifica sopravvenuta nel breve termine, ma gli effetti non sarebbero stati diversi, in specie per il sacrificio di Istria, Fiume e Zara, col rischio di aggiungervi quello di Trieste.
Molti non ricordano o non vogliono ricordare che in quello stesso giorno il plumbeo mattino di Pola, su cui gravava una pioggia gelida come le partenze del Toscana con i suoi dolenti carichi di profughi avviati verso l'esilio, fu sconvolto da tre colpi di rivoltella: quelli con cui Maria Pasquinelli mise a segno l'estrema protesta della sua gente, indirizzandola nei confronti del Generale Robert De Winton, comandante inglese della piazzaforte locale e simbolo sia pure incolpevole della miope insipienza etica e politica con cui i Quattro Grandi ed i loro alleati avevano cancellato le residue speranze italiane.
Quel giorno, Indro Montanelli si trovava a Pola come inviato speciale del «Corriere della Sera» sulle cui colonne sarebbero usciti diversi servizi, puntuali ed obiettivi, circa la tragedia dell'Esodo. Il grande giornalista ebbe la ventura di essere tra i primi a comunicare la notizia del gesto compiuto da Maria, documentandone le reali motivazioni suffragate dalla dichiarazione olografa che le fu trovata addosso: anzi, toccò proprio a Montanelli confutare talune interpretazioni di fantasia tanto affrettate quanto infondate, a cominciare da quelle secondo cui avere colpito De Winton sarebbe stato un frutto di non meglio specificate provocazioni, se non addirittura un «delitto passionale».
All'epoca, Maria aveva trentaquattro anni, essendo nata a Firenze il 16 marzo 1913 da padre jesino e madre bergamasca, e dopo aver conseguito la laurea in Pedagogia all'Università di Urbino si era già distinta per azioni di alto patriottismo volontario, compiute in Africa accanto ai soldati nella sua qualità di crocerossina; e poi in Dalmazia, dove aveva chiesto di essere destinata a svolgere la consueta attività di insegnante che vi avrebbe intrapreso nel 1942, e dove si era fatta premura di collaborare ad opere meritorie come l'esumazione di oltre cento vittime italiane dei tragici fatti occorsi dopo l'armistizio del 1943, in modo da sottrarle all'estremo oltraggio delle fosse comuni ed avviarle all'onorata sepoltura. In questo, era figlia d'arte, perché da ragazzina aveva collaborato con il padre nella lunga e pietosa sistemazione del Sacrario di Redipuglia, compiuta nello scorcio finale degli anni Trenta: un'esperienza che l'avrebbe segnata per la vita.
In Dalmazia conobbe, anche a livello personale, gli orrori ed i rischi della guerra: il 13 settembre fu oggetto del tentativo di stupro da parte di un partigiano cui ebbe modo di sottrarsi per la grande forza della sua reazione, ed il 27 ottobre, in occasione del trasferimento a Trieste con la Goffredo Mameli riuscì a salvarsi dalle bombe che vennero sganciate sulla nave e che fecero parecchie vittime, tra cui un apprezzato collega della Pasquinelli, il professor Camillo Cristofolini.
Durante gli ultimi mesi di guerra, ben comprendendo il tragico destino che incombeva su Venezia Giulia e Dalmazia, si era impegnata nell'impossibile tentativo di costituire un fronte comune antislavo composto da Regno del Sud, Repubblica Sociale e Comitato di Liberazione Nazionale, destinato ad abortire in partenza perché gli Alleati, assieme al governo Badoglio ed alle forze partigiane, avevano già preso accordi irreversibili con Tito. Nell'immediato dopoguerra fu ugualmente attivissima, prima a Trieste e poi a Pola, come assistente degli esuli, sia in ordine alle faticose incombenze burocratiche, sia nella prioritaria ottica psicologica: le testimonianze sono state concordi nel riconoscerne l'altruismo e la sensibilità. Furono questi stati d'animo, fatti di forti emozioni e di commossa partecipazione al dramma di un intero popolo, a suscitare nel cuore di Maria l'idea di esprimere la protesta di tutti con un gesto capace di coniugare il nobile sentire ed il forte agire.
Maria Pasquinelli, levando alto e chiaro il suo grido di dolore, sembra aver preso ad esempio la «maschia Giaele» di manzoniana memoria, l'urlo di Antigone contro l'ingiustizia istituzionalizzata di Creonte, il coraggio giovanile di Carlotta Corday nello «spegnere» un tiranno sanguinario e crudele che aveva trovato di che vivere nel nuovo mestiere di rivoluzionario; così facendo, si ergeva ad interpretazione solitaria e drammaticamente contemporanea dell'antitesi fra un potere cieco, quasi sempre auto-referenziale, e le «alte non scritte ed inconcusse leggi» in ricorrente contrasto col diritto positivo.
Come avrebbe detto Giovanni Botero, quello di Maria è certamente un «eccesso dal giure comune» ma non per vile appiattimento sulle esigenze della ragione di Stato: al contrario, per un «ethos» talmente superiore da rendere compatibile il delitto con la fede in quel medesimo Dio che tanto tempo prima aveva «guidato il colpo» di Giaele. Del resto, la Pasquinelli era immediatamente rientrata nell'alveo della legge «ordinaria» riconoscendo la propria responsabilità, affrontando con fermezza il giudizio della Corte Alleata e rinunciando, secondo la testimonianza di Bruno Coceani, all'ipotesi di salvarsi tramite un'evasione bene organizzata. Anzi, dopo avere ascoltato la lettura della sentenza capitale da parte del Presidente Chapman, Maria giunse al punto di esprimere ai suoi giudici la gratitudine per le «cortesie» che le erano state usate anche attraverso il suggerimento di firmare la domanda di grazia, assolutamente inutile perché lei non avrebbe potuto accettarlo.
La commutazione della pena in quella dell'ergastolo non era scontata ma altamente probabile perché gli Alleati sapevano bene di non avere bisogno di una nuova martire, che la fantasia popolare aveva immediatamente equiparato a Guglielmo Oberdan. Maria venne poi affidata alla giustizia italiana che si sarebbe dovuta fare carico degli adempimenti carcerari e che la trattenne fino al 1964, quando, col beneplacito degli Alleati, decise di metterla in libertà.
A quel punto, la Pasquinelli si trovò sola con la propria coscienza e con un senso di viva religiosità già sviluppato nella prigione fiorentina di Santa Verdiana grazie ai colloqui con Don Giulio Facibeni, Cappellano della Prima Guerra mondiale e fondatore dell'Opera Madonnina del Grappa, sin da allora in odore di santità. Don Giulio, come Maria volle raccontare in un'intervista concessa nel 1997, l'aveva battezzata nella chiesa di Santo Stefano in Pane, vicino alla casa natale di Via delle Panche, ed era molto amico del padre1: anche per questo, i contatti con lui durante il periodo della carcerazione fiorentina furono frequenti, ma senza parlare del delitto, perché il problema «era già stato risolto». In effetti, nella stessa intervista, Maria aggiunge di aver fatto celebrare una Santa Messa ogni 10 del mese, in suffragio della vittima.
Vale la pena di sottolineare che nei lunghi anni della detenzione Maria fu un vero e proprio modello, sia per il comportamento irreprensibile sia per il conforto, come sempre spontaneo e disinteressato, offerto ad altre condannate, tra cui Caterina Fort, la «belva di Via San Gregorio» protagonista di un fosco dramma della gelosia che aveva sconvolto, sempre nel 1947, l'Italia del dopoguerra.
Maria è stata quasi dimenticata, come lei stessa aveva desiderato, anche se ultimamente, a distanza di oltre 60 anni da un primo opuscolo2 uscito dopo il processo sull'onda dell'emozione, si è avuto un imprevedibile ritorno di ricerche sulla sua vicenda: dapprima, con il lucido saggio di Stefano Zecchi3, che alla stregua di un'alta esperienza cattedratica di filosofia ha percorso «ex-novo» la storia di Maria fino a sottolineare come la progressiva «escalation» di esperienze tanto drammatiche abbia dato luogo ad un atto che si potrebbe definire «necessitato»; poi con il contributo di Rosanna Turcinovich Giuricin4, che muove da una breve e quasi surreale intervista all'ormai novantasettenne Maria per approdare ad un'apparente comprensione formale suffragata dal fatto che la Pasquinelli avrebbe ripudiato le antiche fedi di «mistica fascista» coltivate alla scuola «eroica» di Nicolò Giani, da cui erano usciti, fra gli altri, uomini come Guido Pallotta e Berto Ricci.
Discutere oggi sulle scelte politiche di Maria appare piuttosto intempestivo se non anche impertinente. Negli anni Trenta, quando pervenne alla laurea, le opzioni di chi aveva senso dello Stato ed elevata sensibilità patriottica come un'ampia maggioranza del popolo italiano, erano scontate, mentre dopo l'8 settembre finirono per essere condizionate dalle situazioni contingenti: a questo proposito diventa strumentale oltre che poco significativo accertare se Maria avesse aderito alla Repubblica Sociale o se avesse voluto o dovuto decidere altrimenti. Ciò che conta sono i suoi comportamenti, che la indussero ad agire nel campo dell'onore, come dimostra la sofferta esperienza di Spalato; ed a battersi, sia pure vanamente, per sollecitare Alleati, badogliani e fascisti a promuovere un'intesa per la salvezza della Venezia Giulia e dell'Istria e prima ancora per quella dei loro infelici abitanti, tanto da essere arrestata dai Tedeschi che non potevano condividere la sua attività a tutto campo e la rilasciarono solo per l'intervento personale di Junio Valerio Borghese.
In questo senso, Maria Pasquinelli è stata un esempio emblematico perché ha dimostrato di avere compreso fino in fondo quanto fosse essenziale, nei tempi duri dell'emergenza, anteporre l'interesse della Patria a quello delle fazioni ed a più forte ragione, a quelli delle persone: in concreto, il principio fondamentale dello Stato etico.
Il suo comportamento fu immune da atteggiamenti «fanatici» e non serve che qualcuno abbia formulato giudizi di segno contrario, quanto meno affrettati. Sempre disponibile, sorridente, idealista fin quasi all'utopia, sarebbe stata un'ottima insegnante ed una cittadina esemplare se non fosse diventata una vittima della guerra al pari di Robert De Winton, la cui consorte, del resto, lo avrebbe ammesso qualche anno dopo come un segno del destino e senza resipiscenze vendicative.
Maria fu tragicamente lucida pur avendo vissuto esperienze allucinanti come quando fu presente a Milano, in modo del tutto casuale, ai preparativi di fucilazione, ad opera dei partigiani, di Walter Jonna, un ufficiale reduce da terribili esperienze in Russia, suo vecchio compagno di fede e di preparazione politica: egli riuscì a salvarsi in modo rocambolesco, e nella sua testimonianza non ha mancato di fare riferimento all'episodio ed all'impressione indelebile che ebbe anche su Maria.
Nel 1956 un fatto parzialmente analogo alla vicenda Pasquinelli - De Winton venne discusso in un altro celebre procedimento giudiziario a carico di Alfa Giubelli. Questa giovane signora, all'epoca ventunenne, aveva ucciso, evidentemente dopo lunga premeditazione, un partigiano comunista che nel frattempo aveva fatto carriera fino a diventare sindaco di Crevacuore, un Comune del Cusio-Ossola: undici anni prima, costui aveva «liquidato» la mamma di Alfa (accusata di essere una «spia» al servizio dei fascisti) davanti agli occhi sbarrati della bambina, traumatizzata per tutta la vita da un'esperienza così terribile. Il processo, che fece grande rumore, si concluse con una condanna relativamente mite (cinque anni di reclusione): i tempi non erano molto cambiati sul piano politico, ma Alfa ebbe il vantaggio, se così può dirsi, di essere giudicata da una Corte Italiana, diversamente dalla Pasquinelli, nel cui caso si sarebbe potuto discutere sulla legittimità di quella alleata.
Nel febbraio 1947 Pola era tuttora soggetta alla sovranità italiana (il trasferimento ufficiale alla Jugoslavia sarebbe avvenuto il 15 settembre) ed il fatto che la vittima appartenesse alle forze armate di occupazione non elide il quesito in materia di competenza.
Sorsero dubbi sul possesso dell'arma, che Maria asserì di avere acquisito casualmente nelle concitate vicissitudini degli ultimi giorni di guerra, e si parlò di possibili complici. Tra l'altro, ebbe momenti di notorietà la supposizione secondo cui la Pasquinelli avrebbe agito al posto di un concittadino la cui mano sarebbe stata bloccata dalla paura, ma si tratta di ipotesi non confermate in istruttoria né tanto meno durante il dibattito. In concreto, Maria agì da sola ed il suo gesto fu l'unico ad avere trasferito la protesta istriana, giuliana e dalmata, a guerra finita, in una vera e propria «scelta armata»: cosa che conferma la tesi di un Esodo tanto più amaro e doloroso, perché compiuto all'insegna di una triste rassegnazione, peraltro comprensibile in un popolo dalle salde tradizioni cristiane che era stato offeso, tradito, umiliato.
Chiaramente, la storia deve ripudiare le congiunzioni avversative e dubitative. Tuttavia, non è infondato chiedersi cosa avrebbe potuto accadere se Maria, invece di essere disperatamente unica, fosse stata imitata da cento, mille, diecimila patrioti.
A proposito dell'arma con cui il Generale De Winton venne ucciso, in una testimonianza di Umberto Usmiani raccolta da Pietro Spirito si adombra l'ipotesi che fosse in possesso della Pasquinelli da parecchio tempo, e che Maria si allenasse al tiro nell'interno di un cortile. Ciò parrebbe suffragare la tesi della premeditazione, anche se l'aggravante non ebbe alcun ruolo influente nella determinazione della pena capitale.
Maria aveva fatto parte della «struttura segreta della Decima» e la polizia alleata di Pola aveva ricevuto la direttiva di non arrestarla «per alcun motivo»5. Pertanto, sono degne di fede le testimonianze circa la tesi espressa da James Angleton, dell'unità «Z» dei Servizi Segreti Statunitensi, quando sostenne che il gesto della Pasquinelli, le cui intenzioni erano state intuite tempestivamente dall'Intelligence, avrebbe dovuto concretizzare la speranza di una «rivolta contro la Jugoslavia».
A questo proposito, va detto che, a fronte della domanda sulle ragioni per cui «gli Istriani non si difesero con le armi», un esegeta acuto quale Pietro Spirito ha rilevato come i motivi essenziali vadano ricercati nella paura, nelle indecisioni, nel rifiuto del plebiscito, nel disimpegno degli Alleati e prima ancora, in quello del governo italiano6.
Al di là del tardivo «scoop» che qualcuno possa avere perseguito in una vicenda apparentemente sepolta ma non dimenticata, oggi vale la pena di chiederci cosa rimanga di quel gesto e quale messaggio possa esserne tratto ad uso degli immemori e degli ignari, se non altro attraverso il documento che Maria portava con sé e che è stato riproposto alla meditazione comune alla stregua di un grido di dolore sempre credibile e pertinente, in una prospettiva storica a cui lo scorrere del tempo conferisce motivi di obiettività e di apprezzamento etico non meno che politico.
La Pasquinelli, nei rarissimi contatti informali con l'esterno intercorsi dalla sua liberazione in poi non ha mai voluto indulgere ad espressioni di pentimento spettacolare, pur essendosi fatta premura di pregare per la sua vittima ed avendo ricevuto in carcere, oltre a quelle già citate di Don Facibeni, anche la visita di un fratello del Generale De Winton7, i cui contenuti rimasero riservati. Il dovuto rispetto nei confronti della «fede ai trionfi avvezza» esime da ogni tentativo di andare più a fondo che equivarrebbe a voler indagare i segreti più intimi della personalità; nondimeno, si può affermare senza tema di smentite che Maria Pasquinelli ha pagato duramente e lungamente per il suo gesto, e in definitiva, per un amore di Patria che si pone oltre i limiti estremi del disinteresse, della gratuità, dell'onestà, dell'altruismo.
Quella di Maria è stata l'azione di «un combattente politico pur consapevole della sua inutilità» ma non per questo priva della fede in alti ideali; ed un atto che, paradossalmente, ha assicurato al Generale De Winton (la cui tomba è affidata alla «pietas» del Friuli nel cimitero di Adegliacco) una fama che ne trascende ruolo e funzioni8.
Un politologo di chiara fama come Giovanni Sartori, commentando la gloriosa Rivoluzione Ungherese del 1956, ne diede una definizione emblematica: sublime follia. Si potrebbe dire lo stesso per Maria Pasquinelli, ma in entrambi i casi il giudizio è da condividere soltanto nell'ottica riduttiva di valutazione delle conseguenze personali, da una parte a carico dei patrioti che si immolarono nell'impari lotta contro i carri armati sovietici, e dall'altra a danno della giovane maestra fiorentina. In realtà, il suo testamento spirituale che l'accompagnava nel tragico mattino di quel 10 febbraio è ben lungi dalla follia, ma lucidamente consapevole nella ferma ribellione a chi aveva fatto strame dei «sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica» consegnando alla Jugoslavia «le terre più sacre d'Italia» e condannando le sue genti «indomabilmente» italiane alle foibe, alla deportazione, o nella migliore delle ipotesi, all'esilio.
Il difensore d'ufficio, avvocato Luigi Giannini, un decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare, aveva chiesto il minimo della pena senza farsi soverchie illusioni, ma oggi la rilettura della sua arringa, come quella dell'interrogatorio di Maria, suscita moti di sincera commozione. Nell'Italia consumista e materialista dove si uccide impunemente per i motivi più futili, quello del 10 febbraio 1947 è un «delitto» non certo comparabile con le gesta di assassini da trivio che ignorano il valore unico della vita umana ma neppure con l'indifferenza di chi aveva ceduto alla protervia dell'infoibatore senza la copertura di un apprezzabile «fumus boni juris».
Nella lettera che Niccolò Machiavelli scrisse nel 1527 all'amico e confidente Francesco Vettori, il segretario fiorentino afferma di avere amato la Patria «più dell'anima». Ebbene, vale la pena di porre in evidenza come una dichiarazione praticamente uguale sia reperibile in una dichiarazione resa da Maria Pasquinelli al Presidente della Corte durante il processo di Trieste. Non è motivo di sorpresa: Maria conosceva il pensiero di Machiavelli, con cui aveva avuto sicura familiarità durante gli studi, e ne trasse la convinzione che «non poteva esservi salvezza per un'Italia comunque divisa»9.
Non è senza significato che nel nuovo millennio la vicenda umana, patriottica e giudiziaria di Maria sia stata oggetto di significative riscoperte, sia nell'ambito storiografico, sia a livello giornalistico. Ciò significa che il suo dramma è sempre attuale e che lo sforzo di comprenderne le motivazioni è diventato apprezzabile anche alla luce della legge istitutiva del «Ricordo».
Maria può restare ugualmente impopolare perché «scomoda», ma pur essendo ormai alle soglie del centesimo genetliaco, diventa a più forte ragione viva e «contemporanea», secondo l'assunto di Croce, in quanto paladina di una Giustizia che trascende quella umana; e soprattutto di valori perenni destinati a vivere nei cuori e nelle menti degli uomini di buona volontà.
Note

1 - Giovanni Morandi, Intervista a Maria Pasquinelli, in «La Nazione», Firenze, 5 febbraio 1997. Don Giulio Facibeni rimase in contatto con Maria fino alla morte: l'ultima visita alla detenuta di Santa Verdiana ebbe luogo il 25 aprile 1958, due mesi prima della scomparsa. Solo il giorno prima, ricorda Maria, aveva compiuto un pellegrinaggio sul Grappa, dove a suo tempo era stato decorato con Medaglia d'Argento al Valore.


2 - Processo di Maria Pasquinelli: il dramma della Venezia Giulia, Del Bianco Editore, Udine 1947, pagina 79. L'opuscolo, che si deve all'iniziativa di un «gruppo di donne istriane» firmatarie della premessa, contiene gli Atti dell'interrogatorio di Maria durante il processo, l'arringa del difensore avvocato Giannini e la copia olografa del biglietto che la Pasquinelli aveva scritto per motivare le ragioni del suo gesto.


3 - Stefano Zecchi, Maria: una storia d'altri tempi, Edizioni Corriere della Sera (Collana Corti di carta), Milano 2008, pagina 59. Il saggio è stato oggetto di una seconda edizione (Vertigo, Roma 2011, pagina 112). A Maria Pasquinelli, il professor Zecchi si è liberamente ispirato anche nel suo best-seller Quando ci batteva forte il cuore.


4 - Rosanna Turcinovich Giuricin, La giustizia secondo Maria: la donna che sparò al generale brigadiere Robert W. De Winton (Collana Civiltà del Risorgimento), Del Bianco Editore, Udine 2009, 136 pagine. Il volume contiene la ristampa integrale dell'opuscolo già edito a Trieste nel 1947, senza gli Atti dell'istruttoria precedente il processo, rimasti sotto vincolo.


5 - Achille Scalabrin, La Pasionaria dell'Istria: Maria Pasquinelli maestra omicida per amore di Patria, in «Quotidiano Nazionale ' Il Giorno ' Il Resto del Carlino ' La Nazione», Milano/Bologna/Firenze, 24 marzo 2012, pagine 38-39.


6 - Pietro Spirito, Il ritorno di Maria Pasquinelli, in «Il Piccolo», Trieste, 14 settembre 2008. Nell'articolo si afferma, tra l'altro, che la Curia Triestina aveva riconosciuto in Maria Pasquinelli una persona «di alta spiritualità», anticipando un'ulteriore testimonianza dello stesso Spirito in data 13 novembre 2012, dove si rammenta che l'archivio della Pasquinelli è stato affidato alla custodia del Vescovo Emerito, monsignor Ravignani.


7 - Il fratello di De Winton era un sacerdote che, secondo la testimonianza di Don Dina, parroco di Castelfiorentino già segretario del Vescovo di Pola monsignor Radossi (riportata nell'intervista di Morandi alla Pasquinelli), confermò che alla vedova del Generale, sua cognata, «rincresceva che Maria stesse in carcere».


8 - Donne in Grigioverde in Istria e Dalmazia: Maria Pasquinelli, in Autori Vari, Foibe: la storia in cammino verso la verità, ISSES, Napoli 2001, pagine 105-111. Tra le altre fonti integrative ma comunque di buon interesse specifico, confronta Giovanni Miccolis, 1943: Orrori in Jugoslavia, Città Nostra, Mola di Bari 2011, pagina 37 e seguenti.


9 - Plinio Carli ed Augusto Sainati, Storia della letteratura italiana, Editore Le Monnier, Firenze 1953, pagina 267.

(marzo 2013)

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