Il cardinal Martini e Jerusalem caput mundi

Giudaismo, Cristianesimo, Islam

Il cardinal Martini e Jerusalem caput mundi

Messaggioda Sandro Consolato » 01/09/2012, 12:26

La morte del cardinale Carlo Maria Martini mi induce a riproporre in internet un articolo, occasionato proprio da alcune parole del cardinale (certamente una figura di alto spessore culturale e umano) di diversi anni fa, che pubblicai con lo pseudonimo di Mauro Meriggi su "La Cittadella" n.s. n° 6, aprile-giugno 2002. Purtroppo inserendolo qui saltano i corsivi. Comunque, buona lettura!
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Re: Il cardinal Martini e Jerusalem caput mundi

Messaggioda Sandro Consolato » 01/09/2012, 12:41

JERUSALEM CAPUT MUNDI?




L’arcivescovo uscente di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, durante l’incontro dal significativo titolo “Israele, radice santa”, tenutosi al Centro San Fedele della sua città in occasione della Giornata dell’Ebraismo, ha pronunciato un discorso di cui il quotidiano «la Repubblica», cogliendo l’occasione dei 75 anni dell’insigne prelato, ha voluto pubblicare, in data 14 febbraio, una sintesi con quest’altro significativo titolo: “Quel giorno a Gerusalemme scoprii le mie radici”.
Era noto da tempo che il cardinal Martini desiderava, lasciando per anzianità la guida della sua diocesi, recarsi a vivere, pregare e studiare a Gerusalemme. Ma solo ora, nel discorso citato, rivela pubblicamente i legami “sottili” che lo vincolano alla città santa dei tre monoteismi abramici. Egli racconta con commosso ricordo del suo primo viaggio di studi in Medio Oriente, nel 1959, e della singolare coincidenza che lo vide celebrare “da solo sulla pietra del Sepolcro” una messa allo scadere esatto del settimo anniversario della sua prima celebrazione. Poi svela l’intuizione colà avuta “di una vita che non finisce mai, che scoppia, deborda, abbraccia l’universo”, cui seguì di lì a poco, visitando i pozzi dell’antica Gàbaon, ove Salomone chiese in sogno a Jahvhé il dono della Sapienza, una caduta che gli fece assaporare l’esperienza della morte, ma senza paura, ché lì scoprì “com’è bello morire in questa terra”, e fu quello, confida, “il primo momento in cui ho fortemente avvertito le mie radici esistenziali legate a quella terra, a quei luoghi”. Un sentimento accresciutosi con un’altra esperienza di parecchi anni dopo, allorché era rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma ed in tale veste si recava spesso a Gerusalemme. Qui, di nuovo, una sera, appena giunto da Roma, continua a raccontare, “sentii quasi con prepotenza questa percezione: io sono nato qui, a Gerusalemme. Può sembrare qualcosa di irrazionale, una percezione che ha l’unica ragione logica nel cuore. Mi pareva di essere davvero nato lì, di essere sempre vissuto a contatto con quelle pietre. Alle radici esistenziali si aggiungevano quindi le radici storiche: essere parte di queste pietre, di questa storia, di questa realtà che si tocca con le mani”.
Non si farebbe fatica a leggere queste confessioni - di grande forza e sincerità quali è ovvio aspettarsi da un uomo, da un sacerdote e da un gesuita del valore di Carlo Maria Martini - seguendo gli insegnamenti di un Giuliano Kremmerz su ciò che è il cosiddetto “uomo storico” che dorme in ognuno di noi. Ma preferiamo leggerle sulla base di quella non meno forte e straordinariamente sincera affermazione di Pio XI, anche lui già arcivescovo di Milano, che irritò alquanto il Mussolini del 1938, che con lo stesso pontefice aveva concluso nove anni prima i Patti Lateranensi in nome di “quella Roma onde Cristo è romano”: “Noi siamo spiritualmente dei semiti” .(1)
Era già stato, nel IV secolo, proprio il primo grande vescovo di Milano, Ambrogio, a chiamare, pur proveniendo da famiglia senatoria, maiores nostri Gesù, Zorobabele e Sansone: “Mai - osservava Marco Baistrocchi - sino ad allora un vero Romano, specie di famiglia senatoria, avrebbe mai potuto configurare, anche solo ipoteticamente, l’idea di poter surrogare o sovrapporre ai propri avi quelli appartenenti ad un’altra nazione appena debellata, ad irrilevanti popolazioni poste ai margini periferici dell’Impero” .(2) Che dunque Roma non sia stata mai altro, da un punto di vista autenticamente cristiano, che la capitale, espugnata e finalmente asservita, della potenza spirituale e politica che aveva vinto e umiliato la patria d’elezione della “buona novella”, non può esser più esplicito. Pertanto le voci cristiane che sempre più rimarcano, con piena ragione, le origini giudaiche del Cristianesimo, manifestando contestualmente la volontà di un ritorno alla centralità spirituale di Gerusalemme, vanno con attenzione ascoltate, per comprendere i segni dei tempi.
Già fu significativo quanto accadde nel giugno del 1997 a Graz, in Stiria, all’Assemblea ecumenica, cui parteciparono oltre diecimila persone. Da alcuni teologi di punta, tra cui il biblista italiano Bruno Forte, fu avanzata la proposta di espungere dalla Bibbia, e di conseguenza dalla liturgia delle varie confessioni cristiane, il nome “Dio” (dal latino Deus), per sostituirlo con l’antico termine ebraico, ovvero col “tetragramma”: Yhvh. Come è noto, gli Ebrei non pronunciano le quattro lettere; incontrandole, dicono invece “Signore”. A tale uso dovrebbero quindi, secondo le proposte di Graz, adeguarsi anche cattolici e protestanti. Marco Garzonio, inviato del «Corriere della Sera» nella capitale della Stiria, spiegò allora che tre sono le ragioni di questa opzione giudaizzante . (3) La prima è costituita dal rispetto per gli Ebrei, cioè verso coloro che papa Giovanni Paolo II ci tiene siano considerati “fratelli maggiori” dei cristiani, superando ogni avversione verso quello che fino a ieri era considerato il “popolo deicida”. La seconda è rappresentata da una maggiore apertura al mistero della trascendenza divina, che l’impronunciabilità del “tetragramma” garantirebbe, così come favorirebbe la convergenza ecumenica nel nuovo “villaggio globale”. La terza, in evidente connessione con la prima, è data da un’esplicita volontà di ritorno alle origini del Cristianesimo, riconoscendo la piena identità ebraica del suo fondatore e dei suoi primi discepoli. Non a caso, Bruno Forte (v. articolo di Garzonio) si è così espresso: “Gesù ebreo, ed ebreo per sempre, non ha mai pronunciato il tetragramma. Lui per primo ha sempre detto: Signore. Non ci resta che imitarlo anche in questo, se vogliamo essere suoi autentici discepoli”.
Ma il richiamo a Yhvh è davvero una garanzia di apertura ad un’universale paternità divina, nella quale possano riconoscersi non solo il mondo giudaico-cristiano ma il mondo intero, come si è andato dicendo a Graz? Enzo Mandruzzato, buon filologo e parimenti dotto in cose greco-latine e cose giudaico-cristiane, così descrive la nascita del culto di Yhvh, ovvero, come lui dice, della “potente idea ebraica”. “[...] l’offerta di tutto il popolo a una sola divinità, ignota, senza nome, senza immagini, di cui non si capta che l’esistenza, cioè tutto: Iahweh, ‘colui che è’, che si rivelerà quando e come vorrà e quanto i suoi imprevedibili servi meriteranno. Si ha come l’impressione che avessero scoperto un Dio vacante. ‘Fede cieca’ nel senso pieno ed esatto, ‘fedeltà’ senza prove, contropartite e crediti. Le parole che ricorrono, cioè che ‘pesano’ di più nel Vecchio Testamento, sono ‘signore’ e ‘servo’ (schiavo): tali sono i rapporti tra sovrano e sudditi, padri e figli, potenti e deboli, uomo e donna; al cospetto del suo Dio ‘geloso’ Israele è donna, schiava, e ogni infedeltà è imperdonabile. Tutti nell’antichità avevano il terrore di offendere o solo di trascurare qualche divinità suscettibile: al contrario, gli ebrei offendono, sfidano, rifiutano, provocano, ‘negano’ tutti gli Dei per esaltare il proprio, e gli promettono - o si promettono - temerariamente, la sovranità di tutte le potenze dei ‘popoli’ (Israele non era un popolo ma il popolo). Ma che Iahveh non fosse unico lo canta tutta la Bibbia, epopea del ‘Signore dei Signori’, lo dichiara lo stesso primo comandamento del Deuteromonio, ‘non avrai altro Dio fuori che me’. Nessuno parlerebbe così al proprio partner se fosse davvero senza possibili rivali. Ma proprio come ogni amato degno del nome, era ‘l’unico’. E mai si vide paragonabile fedeltà, sopravvissuta, dopo millenni, anche alla vedovanza” .(4)
I fatti di Graz non fanno altro che confermare la presenza di una forte tendenza, entro la Chiesa cattolica come in quelle protestanti, alla rigiudaizzazione del Cristianesimo, di cui gli elementi greco-latini vengono sempre più considerati come incrostazioni storiche che avrebbero offuscato la genuinità della “buona novella”. Se da un lato si potrebbe salutare tutto ciò come la fine di un grande equivoco (quello di un inscindibile nesso tra Cristianesimo ed identità europea), non vi è d’altro canto da rallegrarsi di fronte ad un processo che assume tratti inquietanti. Come giudicare, ad es., idee come quelle di Klaus Berger, docente di Teologia del Nuovo Testamento ad Heidelberg, che vorrebbe l’uso nella liturgia degli inni tratti dai famosi e controversi rotoli manoscritti di Qumrân? .(5) La comunità di Qumrân, di cui peraltro vanno sempre più delineandosi i legami con il nascente Cristianesimo, era animata da un violento odio contro Roma e i Romani (i Kittim), e un esplicito ricongiungimento a tali radici non può non preoccupare quanti credono che la Romanità costituisca anche per il futuro un irrinunciabile punto di riferimento per la civiltà occidentale e non solo, come testimonia l’incremento strabiliante dello studio della lingua e della civiltà latina nell’Africa francofona (la patria del moderno poeta latino Senghor) come nel lontano Giappone.
Certo, le attuali, drammatiche vicende della Palestina stanno ricreando un solco profondo tra gli ebrei ed i cattolici, e con questi i cristiani d’Oriente (di contro, il fondamentalismo cristiano-protestante americano è sempre più filo-sionista…); ma quale potrebbe essere l’effetto di una nuova, drastica cesura tra Cristianesimo e Giudaismo, se non il continuare a rivendicare, da parte della Chiesa Cattolica, il titolo di Verus Israel? E comunque vada a finire l’attuale tragedia della “Terra Santa”, uomini come Martini insistono nel ritenere che Gerusalemme “non può non godere di una speciale protezione di Dio”, e “proprio per questo non possiamo immaginare quanto potenziale sia insito nella sua missione di pace, che però è inscritta nel nome della città, quindi nella stessa fondazione” .(6)
Che in realtà i luoghi biblici non siano la terra d’elezione di una pace messianica, ma piuttosto di un odio sempiterno, lo avvertono invece da tempo le coscienze più sensibili. Ad es., Guido Ceronetti, da sempre appassionato frequentatore e traduttore delle scritture ebraiche, commentando le stragi reciprocamente infertesi da ebrei e musulmani in Palestina, qualche anno fa parlò acutamente di un “Saturno maligno” come genius loci di quella terra martoriata, e osservava: “[...] le ragioni dell’umanità e le verità più profonde sono meglio al riparo altrove, tra i filosofi pagani, tra i vedantisti e i buddhisti, tra gli eretici, i mistici e i reietti del grande e funesto albero abramico. Non viene pace, un soffio di vera pace, da queste religioni malate del Dio unico rivelato, i cui centri sono Mecca e Gerusalemme; si direbbe che nella loro relazione col mondo, il suolo, le cose, gli altri esseri viventi e all’interno dei loro cerchi di culto e di respiro, manchi del tutto la nota dell’armonia, la rosa della compassione illimitata, l’arte fondamentale di sciogliere l’odio, d’impedirne l’indurimento. Contenere ‘del buono’ è ben lontano dall’essere ‘il buono’” .(7)
Malgrado tali evidenze, dalla già citata Assemblea ecumenica di Graz venne un’altra proposta: quella di raccomandare al Parlamento Europeo l’invito ai Paesi aderenti affinché si introduca nelle scuole l’insegnamento obbligatorio della Bibbia; invito che Marco Garzonio così spiegava: “Uno dei modi di riconciliare l’Europa può passare anche attraverso la conoscenza diffusa di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Sara, accanto ad Achille, a Ulisse, a Elena, a Enea. Studiando ed apprezzando personaggi e fatti biblici, gli Ebrei potrebbero apparire meno misteriosi, lontani, diversi”. In verità, gli eroi del mito classico stanno per essere sempre più emarginati nei progetti e nella pratica della scuola, e se è vero che quest’ultima non fornisce una adeguata cultura biblica, certamente assai utile per capire molte cose del passato e del presente, è un fatto che la vera fonte di acculturazione di massa dei nostri tempi, cioè il mondo dell’immagine, provvede ampiamente a fare di quelli che non sono altro che gli eroi dell’epica di Israele gli eroi obbligatori del mondo intero. E gli Italiani non a caso sono stati sottoposti ad una cura massiccia di epica ebraica col cosiddetto “Progetto Bibbia” della TV di Stato, per cui, tra prime visioni e repliche, ora grandi e piccini (che per di più hanno a disposizione Il principe d’Egitto di Spielberg) sanno tutto di Abramo e di chi segue.
Quanto sono lontani i tempi dell’Odissea e dell’Eneide televisive! E qui ci piace ricordare quella domenica 31 gennaio del 1971, in cui si concludeva la seguitissima (pur se difettosa) Eneide interpretata da Giulio Brogi. Nello stesso giorno le agenzie di stampa annunciarono la scoperta, nei pressi dell’antica Lavinio, dell’herôon di Enea, cioè della tomba simbolica dell’eroe troiano, già oggetto di culto ufficiale da parte dello Stato romano . (8) Carl Gustav Jung ha scritto: “Come dimostrano gli esperimenti ESP (ESP=percezione extrasensoriale) di Rhine, un interesse (emotivo) intenso, o una fascinazione, è entro certi limiti accompagnato da fenomeni che si possono spiegare soltanto con una relatività psichica di tempo, spazio, causalità. Giacché l’archetipo quasi sempre possiede il carattere della numinosità, esso può suscitare proprio quella fascinazione che è a sua volta accompagnata dai cosiddetti fenomeni sincronistici. Questi consistono in una coincidenza significativa di due o più fatti, non causalmente collegati ma conformi nel significato” .(9)
L’intensa aspettativa che allora gli Italiani provarono verso la conclusione delle vicende del loro Eroe archegeta (vicende che sono all’origine della nostra storia), provocò il sincronico rinvenimento della tomba dello stesso Eroe, segno di certe potenzialità ancora presenti in quello che il Kremmerz chiamava “l’astrale italico”. Ma l’herôon di Enea, che dovrebbe essere uno dei luoghi sacri di una rinnovata civiltà romana, è oggi solo uno dei tanti siti archeologici italiani semiabbandonati. E tale rischia di restare, finché i Wojtyla e i Martini, che tanto amano Gerusalemme da aspirare a morire tra le sue mura, sapranno anch’essi fin troppo bene quel che sappiamo noi “ingenui” pagani, e cioè che per la sopravvivenza del Cristianesimo conta di più avere una tomba di Pietro in Roma che un sepolcro di Cristo a Gerusalemme.

Mauro Meriggi

NOTE

(1) G. Bottai, Diario 1935-1944, a cura di G.B. Guerri, Milano 2001, pp. 137-138.
(2) M. Baistrocchi, La Vittoria e i suoi nemici, in "Politica Romana" 4/1997, pp.70-117, v. pp. 82-84.
(3) M.Garzonio, Dio? Sia cambiato il suo nome, in "Corriere della Sera", 28 giu. 1997.
(4) E. Mandruzzato, Il piacere del latino, Milano 1989, pp. 62-63.
(5) K. Berger, Cristiani, ritrovatevi a Qumuran, ne "il Sole 24 ore", 9 ott. 1995. Qui leggiamo che gli inni qumranisti risalgono alla "epoca dei nostri padri nella fede, inni di quel tempo della nostra storia in cui il popolo di Dio non era ancora diviso in ebrei e pagani convertiti al cristianesimo. E in questo senso si può dire che se la nostra pietà non è ebraica, non può neppure essere cristiana. Per tale motivo posso pensare a un impiego liturgico della presente raccolta".
(6) La Pasqua secondo Martini, dialogo tra monsignor Ravasi e l'arcivescovo di Milano, in "Famiglia Cristiana" del 31 mar. 2002, pp. 97-103, v. p. 101.
(7) G. Ceronetti,L'impossibile pace, ne "La Stampa, 2 mar. 1994.
(8) La coincidenza è ricordata da S. Moscati, Dov'è la tomba di Enea? Virgilio ci ha mentito, in "Tuttolibri", 13 giu. 1996.
(9) C. G. Jung, opere 9**.Aion: Ricerche sul simbolismo del Sé, Torino 1997, p. 173 n. 1.
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Re: Il cardinal Martini e Jerusalem caput mundi

Messaggioda lauragou » 01/09/2012, 18:44

L'intreccio tra giudaismo e cristianesimo appare davero inestricabile e sono valide le ragioni che avvalorano ipotesi diverse. Poichè è fuor di dubbio che il cristianesimo non sia nato che da una setta ebraica (e nemmeno tra le più importanti), ma altrettanto vero è che dal giudaismo è stato espunto, respinto, e che a tutt'oggi è del tutto inviso agli esponenti ebraici, anche a coloro che in apparenza mostrano spirito ecumenico e apertura ai "gentili".

Osservando le cose da un punto di vista eterodosso, quale è quello di chi valuta tenendo conto del susseguirsi delle Ere, non si può che notare che il culto di Yahvè con il complesso delle sue scritture appartiene all'Era dell'Ariete, gli oltre duemila anni connotati da Marte con il suo corredo di simboli, il primo dei quali è il SANGUE, la guerra, la morte, la bellicosità guerriera, l'asciuttezza e financo la crudeltà e la vendetta. Vogliamo disconoscere quanto l'Antico Testamento appartenga a questo insieme di simboli? Yahvè è un dio "geloso" a sua propria definizione, il dio dell'"occhio per occhio", dello sprone alla guerra e alla sottomissione e sterminio dei nemici, il dio del sacrificio cruento ove il sangue sia sparso e soddisfi la divinità nutrendola e anche sancendo un patto (la circoncisione). Sangue e morte incombono sulle antiche scritture, così come l'ira funesta del dio irato, le sue maledizioni, le sue prescrizioni segnate di giustiza e mai di compassione per sè stessa. Attenzione: questi sono tratti che appartengono anche a Roma e al suo imperio, il cui destino presenta questa "signatura" marziano-solare, laddove l'esaltazione dell'astro diurno sempre nel segno d'Ariete connota il dominio regale, l'assolutismo di un potere centrale che non ammette secondo.

Il cristianesimo si fa strada all'interno di questo contesto. Il trapasso di un'era nell'altra non è mai netto, bensì sfuma tra il crepuscolo di ciò che precede e l'avvento dei tempi nuovi che hanno il sopravvento. E' così che Jehoshua Nazir viene categorizzato dai giudei, espulso dal loro immaginario resligioso come corpo estraneo, bestemmiatore e sovvertitore della Legge. Il giudeo si tricera all'interno del suo cerchio "arietino", respingendo il nuovo e arroccandosi nell'attesa di un Messia allora dato per imminente ma che ancora non è giunto. Le scritture narrano dell'invettiva del Cristo contro Gerusalemme nido di vipere, una profezia avverata che non è solo contro una città ma al contempo condanna e chiusura di tempi trascorsi, finiti, oltrepassati. Gerusalemme è rovina e maceria sottile prima ancora che concreta.

I nuovi tempi, segnati dai Pesci, chiesono COMPASSIONE, amore, tolleranza. Sacrificio si, ma DI SE', non più dell'animale o dell'uomo. Termina l'era del sacrificio di sangue nel culto, inizia quella del sacrificio personale, l'offerta di sè stesso al divino. D'altra parte già Isaia profetizza nell'Antico Testamento che Yahvè afferma:

" Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco."

Ed ecco che la visione cristiana informa di sè l'impero e poi tutto l'orbe terracqueo. Gli antichi dei devono scomparire per lasciar spazio al nuovo: nuovo che si macchia di sangue e stragi in una singolare mescolanza tra Ariete e Pesci sintomo della crepuscolarità che intreccia drammaticamente il vecchio e il nuovo in una contraddittorietà infinita: si uccide, si stermina per far prevalere il culto dell'amore e della compassione verso amici e nemici: davvero singolare e inconcepibile. Ma questo è avvenuto.

Roma prende il posto di Gerusalemme e resterà il cardine della nova religio.

Ora, come possiamo separare veramente le due città sante nell'esaminare il complesso degli eventi, la storia, gli uomini? E' impossibile. le due città restano avvinte nell'abbraccio legato allo sfumare una nell'altra di due ere temporali che vide un trapasso che è ANCORA ATTUALE negli animi, nelle menti, nell'interiorità di coloro che lo vissero e ritornarono in terra in epoche differenti. E' questo il perchè della predilezione di Martini per Jerusalem e della divisione nell'animo di tutti coloro che vissero avendo nel cuore successivamente le due città, e perirono e ancora tornarono.
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba, una bolla in un flusso, la luce di un lampo in una nube d'estate, una lampada tremula, un fantasma ed un sogno."

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Re: Il cardinal Martini e Jerusalem caput mundi

Messaggioda lauragou » 01/09/2012, 18:53

ERRATA CORRIGE Al terzo rigo del mio post ho scritto "giudaismo" al posto di "cristianesimo". Che sia un errore lo si intuisce , ma è meglio sottolinearlo.

Successivamente scrivo "tricera" al posto di "trincera".
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Re: Il cardinal Martini e Jerusalem caput mundi

Messaggioda Sandro Consolato » 02/09/2012, 23:48

Grazie Laura per l'intervento senz'altro interessante.
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