Il Fascismo e il mito di Roma

Dal 1815 e.v. ai nostri giorni

Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi Catenaccio » 15/02/2010, 17:52

Ricerca un po' confusa e con tratti di superficialità. Ma tutto sommato interessante.

Davide Chieregatti, Il Fascismo e il mito di Roma
http://www.studistorici.com/wp-content/ ... i-roma.pdf
E quando anche il Piave mormorava
"non passa lo straniero" e l'austriaco non passava
quando Caporetto significa lo stimolo
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi Catenaccio » 15/02/2010, 17:55

Tesi di dottorato con qualcosa in tema.

IL VENTRE DI ROMA
Trasformazione monumentale dell'area dei fori e nascita delle borgate negli anni del Governatorato fascista
http://dspace.uniroma2.it/dspace/bitstr ... o_tesi.pdf

Candidato: Dr. Fernando Salsano
Tutor: Prof. Francesco Piva
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi Restitutor Urbis » 16/02/2010, 2:08

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Antonio Pennacchi
Fascio e martello. Viaggio per le città del duce
Laterza 2008, XX-342 p., ill., brossura, € 18,00




Ruralismo fascista e nuove città

Aratro e culla, basi di una società antica e moderna alle quali si aggiungeva la spada per difenderli al bisogno.

Tra i vanti maggiori del Regime fascista ci fu quello di essere riuscito a far convivere la modernità con la tradizione. Al culto futurista per la macchina e il progresso tecnico faceva da contrappeso il mito agreste del popolo delle campagne, scrigno eterno delle “virtù della razza”. Un solido blocco sociale e antropologico che garantiva l’unità e l’identità del popolo italiano. Come sappiamo, il ruralismo fu il perno dell’ideologia sociale del Fascismo. La celebrazione del contadino come immagine vivente della Patria aveva il pregio di assommare su di sé tutte le categorie: il lavoratore, il capofamiglia, il colonizzatore, all’occorrenza il soldato. In nessun luogo, meglio che nella vita dei campi, si realizzava l’arcaica e rinnovata fede nell’equivalenza tra il seme della terra e il seme della razza. In altre parole: l’aratro e la culla, cui si aggiungeva la spada per difenderli. Dato che, Mussolini l’aveva detto, a nessuno come al rurale italiano riusciva così spontaneo cambiare la vanga col fucile e, alla maniera dell’antico legionario-colono, mutare il suo lavoro da conservativo delle basi dell’esistenza in rivoluzionario dell’ordine geo-politico. Il concetto di “spazio vitale” necessario alla vita del contadino italiano agì come giustificazione storica dell’imperialismo sociale fascista.
Effettivamente gli storici, una volta superata la penosa stagione marxistica del giudizio di classe, negativo a senso unico, paiono oggi concordi nel riconoscere al Fascismo, tra i tanti demeriti, almeno il pregio di essere riuscito in un’impresa di volontà politica e di realizzazione sociale che attendeva invano da secoli di essere risolta. L’ideologia ruralista visse la sua epopea e la sua pratica realizzazione soprattutto lungo la vicenda della bonifica delle terre abbandonate e paludose e della fondazione ex-novo di un numero incredibile di nuovi insediamenti urbani. Infatti, non si trattò soltanto delle cinque o sei città nuove più note, ma di molte di più. Antonio Pennacchi ne ha verificate in loco non meno di 147, ma si dice certo che ne esistano molte altre. È quanto afferma nel suo libro Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce, da poco ripubblicato da Laterza dopo l’edizione Terziaria del 2003. E gli possiamo credere, dato che ha battuto personalmente le più impervie campagne meridionali, alla ricerca di tracce archeologiche di insediamenti abbandonati, che il dopoguerra democristiano ha consegnato al destino di ruderi non meno desolati di quelli della Troia omerica. La piazza, la casa del Fascio, la chiesa, la scuola, la posta, gli edifici abitativi d’intorno, e il tutto spesso realizzato da architetti di gran nome; questo il nucleo base. Si aveva così, già in nuce, lo spazio urbano sufficiente a catalizzare la realtà rurale circostante, di cui doveva diventare il referente sociale e politico. Come la Roma primigenia e poi le colonie romane in Italia e in tutto il bacino mediterraneo, la città nuova fatta sorgere dal Fascismo sulle terre strappate alla malaria e al degrado doveva rappresentare il convivere della realtà urbana a misura d’uomo con quella agricola.
Il collegamento tra Romanità e Fascismo, più che il frutto di una retorica di cartapesta come spesso è rappresentato dai detrattori, viene dallo stesso Pennacchi rimarcato, quando, a proposito della natura popolare del potere di Mussolini, scrive: «Sul piano storico, e in termini di romanistica, il suo referente diretto – come struttura, ruolo, funzione, forma e natura del potere – non è la dittatura di Silla, oligarchica, ma quella di Augusto. La sua auctoritas non deriva dall’imperium, anzi: sia quella che questo discendono ambedue dalla tribunicia potestas. Il Duce non comanda per conto del Senato contro il popolo. Ma per conto del popolo – per quanto possa sembrare strano – contro il Senato». Questo tribunato della plebe mussoliniano sarebbe stato il presupposto politico che si trovava alla base della volontà di redimere il contadinato, costruendo un rango di piccoli proprietari coltivatori diretti, cuore sociale e politico della Nazione. Secondo modi che fanno della politica seguita da Mussolini «la più profonda riforma di struttura mai introdotta in Italia. Quello ha dato davvero la terra ai contadini. Ha modificato i rapporti di produzione e di classe, in quelli che erano i millenari latifondi». Ma questo Fascismo «come dittatura del proletariato» descritto da Pennacchi non arrivò alla bonifica integrale, alla fondazione delle città nuove e all’assalto al latifondo iniziato nel 1939 con improvvisazione populista. La storiografia riporta che, sin dai primi anni, le politiche agrarie decise da Mussolini ebbero un loro logico e crescente sviluppo.
Dopo il decreto del maggio 1924, con cui si tentava un primo progetto di trasformazione fondiaria, il riassetto della politica agraria si espresse ad esempio nelle leggi del dicembre 1928 e del febbraio 1932, che dettero il via alla bonifica integrale, dal ‘31 al ‘35 affidata al Ministro dell’Agricoltura Arrigo Serpieri, un ex-socialista che abbinava ideologia ruralista a tecnocrazia. Furono interessate non solo le paludi pontine, ma un gran numero di altre aree depresse, dalle piane del Sarno e di Sibari, alle valli del Crati e del Volturno, alla Capitanata pugliese, etc., ma anche il ferrarese, la Maremma, la zona del fiume Reno, la Sardegna... Fino a giungere alla legge del gennaio 1940 sulla “colonizzazione del latifondo siciliano”, che intendeva dare, e in parte lo fece, una spallata al regime di dominio grande-capitalistico del Sud, introducendo nel lessico del Fascismo, ora non più riformista, ma a questo punto propriamente rivoluzionario, la temutissima voce “espropriazione”.
La creazione di “stazioni sperimentali di granicoltura”, di consorzi, di enti di colonizzazione, la stessa “battaglia del grano”, il riordino delle banche incaricate del credito agricolo, la “Carta della Mezzadria” del ‘31, l’edificazione di una miriade di borghi rurali, con l’affidamento dell’intera operazione all’Opera Nazionale Combattenti, garantirono la necessaria solidità istituzionale e sociale. Ma al di là di leggi e decreti, ciò che venne in chiaro fu la volontà della mano pubblica di pervenire alla riduzione della grande proprietà fondiaria, dando vita a una diffusa piccola proprietà, così da “scorporare” dal latifondo improduttivo lotti da assegnare ai coltivatori diretti. La proprietà tolta al padronato assenteista dall’ente pubblico veniva ceduta al rurale con contratti a riscatto e dotata dei moderni servizi, con le classiche casette ad un piano, la stalla, gli attrezzi, etc. «Questi poderi che vi vengono consegnati dalla molto benemerita Opera Nazionale Combattenti», disse Mussolini ad esempio in occasione dell’inaugurazione di Pomezia nell’ottobre 1939, «un giorno potranno essere vostri e dei vostri figli. Dipende soltanto da voi». Il disegno era tra l’altro di richiamare alla terra produttiva famiglie di agricoltori in altri tempi destinate all’emigrazione: ciò che avvenne massicciamente, come noto, nella zona pontina.
Il comparto rurale era quello dove meglio che altrove il Fascismo poteva dar prova della sua vocazione ad “accorciare le distanze sociali”. Ed era questione non solo di incremento della produzione attraverso la razionalizzazione, ma anche di diversa distribuzione della ricchezza e, specialmente, di sinergia tra lavoro contadino e modernizzazione delle tecniche di coltura. Ciò che fu rilevato, ad esempio, nel 1941, da Paolo Fortunati in Aspetti sociali dell’assalto al latifondo, quando parlò di «decentramento della produzione» da ottenersi con la «riduzione delle singole proprietà» e la «creazione di unità tecniche colturali ed aziendali che, senza intaccare l’assetto giuridico e lo stimolo d’iniziativa tecnica della proprietà, consentano la realizzazione di una nuova struttura sociale». L’appoderamento, insomma, come «strumento corporativo dell’accorciamento delle distanze».
Tutte queste politiche, come era da aspettarsi, innescarono il duro sabotaggio dei ceti padronali, messi di fronte a una concreta minaccia al loro potere, quale non avevano mai subito, né dai governi pre-unitari né da quello liberale. Si trattò di una guerra sorda tra il Fascismo e la reazione. Come ha sostenuto lo storico dell’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici Giuseppe Palmeri, questa «progressiva riduzione della grande proprietà» scatenò un compatto fronte di resistenza degli agrari «alleati dei maggiori gruppi mafiosi». Un atteggiamento «che si sarebbe rivelato come aperto antifascismo con l’occupazione della Sicilia da parte degli anglo-americani...».
Il lavoro svolto dai maggiori protagonisti delle imprese di bonifica e di creazione di una costellazione di città e villaggi rurali ha trovato non di rado giustizia persino nella storiografia antifascista. Ad esempio, a proposito di Serpieri, già nel 1980 Stefano Lepre notava «l’affinità della sua posizione con quella dei sindacalisti fascisti, come segno del mantenimento di una collocazione, per così dire, “di sinistra” all’interno del fascismo», e in netta antitesi con «quelle posizioni della grande proprietà fondiaria, soprattutto meridionale, che lo avrebbero portato all’esautoramento dal suo incarico». Difatti, nel ‘35 Serpieri venne sostituito da Edmondo Rossoni, al quale con intrighi si volle affiancare Gabriele Canelli che, precisava lo storico, era un «rappresentante di quei grandi proprietari pugliesi, contro i quali più duramente si erano espresse le minacce di espropriazione di Serpieri». Pennacchi la pensa diversamente, ed è convinto che al tecnocrate – infine senatore – Serpieri siano da preferire, quali autentici innovatori sociali, sia Rossoni che Giuseppe Tassinari, che gli subentrò dal 1939 al 1941.
In ogni caso, qui non ci interessa tanto la polemica erudita sul dettaglio documentale. Ciò che conta, da un punto di vista più distanziato, è segnalare che il Fascismo fu in grado di esprimere tali personalità decisioniste e che anche la storiografia ostile lascia filtrare un giudizio di oggettivo apprezzamento per quanto fatto in quegli anni in materia di qualità della vita contadina. Tra gli altri, un Mauro Stampacchia (autore di due studi, Tecnocrazia e ruralismo. Alle origini della bonifica fascista e Ruralizzare l’Italia! Agricoltura e bonifiche tra Mussolini e Serpieri), non ha potuto esimersi dal notare che la «visione tecnocratica e realisticamente fondata del progetto ruralista» di Serpieri ebbe modo di dare come risultato «una più marcata politica sociale». Oppure, in senso ancora più generale, pensiamo a quegli studi di Stefano Cavazza sulle “piccole patrie”, in cui si documenta che fu proprio la politica rurale del Fascismo, con la rivalutazione delle feste, della tradizione comunitaria e della mistica paesana, a promuovere, pur all’interno dello Stato gerarchico, lo spirito regionalistico italiano, secondo un’originale trasversalità ideologica tra nazionalismo e localismo.

http://www.lineaquotidiano.net/node/2565



No, il fascismo non fu la prosecuzione del feudalesimo con altri mezzi, come per anni hanno sostenuto congiuntamente neo- e antifascisti. Fu piuttosto un’epopea modernizzatrice, basata su un «mito del “costruire”, in cui il fascismo simbolizzava la sua “romana” determinazione a durare contro la sfida del tempo, dando l’assalto alla storia per creare un ordine nuovo» (Emilio Gentile, op. cit. pp. 212-213). Non fu la difesa dei vecchi valori, delle vecchie gerarchie, dei vecchi potentati. Fu la creazione di una nuova eticità di popolo basata su nuovi rapporti e nuove concezioni. Fu, persino, l’anelito verso una nuova dimensione sacrale. Abbiamo già detto del rituale dell’accensione del “fuoco di Vesta” di cui parla Pennacchi da parte dei nuovi arrivati nei poderi pontini. Ma andrebbe anche citata l’assoluta preminenza, in tutte le città di fondazione, della torre littoria rispetto al campanile, elemento su cui Fascio e martello insiste molto. Religio laica, civitas moderna. Fondazione di uno spazio pregno di sacralità. Meglio: fondazione come atto in sé sacrale. Non è un caso, del resto, che nel gergo burocratico dell’italietta del dopoguerra il termine “fondazione” stia a indicare nient’altro che un ente parassitario e clientelare. Già, chi ha più coraggio di “fondare” alcunché, oggi? Chi può ancora tracciare il solco, seguendo il rituale sacro di Romolo? Chi può prendersi sulle spalle il fardello della storia e della civiltà? Ed ecco che se il fascismo sarà ricordato per Littoria e Segezia e il Foro italico e la città universitaria, la democrazia antifascista passerà alla storia per Scampia e il Laurentino 38. Questi sono. Null’altro che questo.

http://www.mirorenzaglia.org/?p=3493
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi RRR » 21/02/2010, 19:49

Le mythe de la "Terza Roma" ou l'immense théâtre de la Rome fasciste
di MARIA ROSA CHIAPPARO
http://www.nuovorinascimento.org/n-rina ... o/roma.pdf
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi RRR » 21/02/2010, 20:23

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Emilio Gentile
Fascismo di pietra

Laterza 2007, pagg. 284, € 16,00

Pietrificata nelle strade, negli edifici, nei monumenti, nei quartieri, una colata di ideologia fascista attraversa Roma, scende lungo il corso del Tevere, dal foro italico fino al complesso dell’Eur. Emilio Gentile racconta la storia del connubio fra romanità e fascismo, dalla trionfale ascesa alla tragica disfatta.

Non si comprende il fascismo, e tutto quello che ha significato in Italia, in Europa e nel ventesimo secolo, se non si comprende il mito fascista della romanità e dell’impero. La nuova civiltà del duce, che aveva la pretesa di essere universale quanto quella romana nel mondo antico, ha lasciato la sua impronta, vistosa e indelebile, nelle strade e nelle piazze. La monumentalità del regime rappresentava la visione fascista del passato, del presente e soprattutto del futuro. Consacrare nella pietra un esperimento totalitario per trasformare gli italiani nei Romani della modernità. Non fu la Roma antica a romanizzare il fascismo, quanto il fascismo a fascistizzare la Roma antica e la sua storia. Rimodellando la pietra, il duce manipolava l’esistenza e l’identità di una città e di un popolo, e ne seppelliva insieme la libertà, sacrificandola alla propria ambizione.

Indice
Prologo. Parole, pietre, miti
1. Porca Roma
2. Mussolini antiromano
3. Nuova romanità
4. Il rigeneratore
5. Roma mussolinea
6. Sui colli fatali
7. Duce imperiale
8. La capitale del futuro
9. I Romani della modernità
10. Gli italiani non sono Romani
Epilogo. Quel che resta del mito
Note
Fonti delle illustrazioni
Referenze iconografiche
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi RRR » 21/02/2010, 20:25

Ideologie «Fascismo di pietra» di Emilio Gentile
Perché Mussolini volle sfidare l' antica Roma

Il 9 maggio 1936, quando Benito Mussolini annunciò nel celebre discorso davanti a una folla tripudiante la «riapparizione dell' impero sui colli fatali di Roma», il processo di costruzione dello Stato totalitario era arrivato al suo apice. Nel nuovo modello di civiltà un ruolo notevole veniva attribuito al mito della Roma antica. In esso non erano importanti soltanto le parole e i riti, ma anche la costruzione di un' immagine totalmente diversa da quella dell' Italietta liberale e in cui i destini universali della Terza Italia dovevano rispecchiarsi. Il regime, ci racconta Emilio Gentile in questo nuovo e avvincente saggio uscito da Laterza, non era soltanto retorica, ma anche pittura, scultura, architettura, urbanistica. Sicché, come dice il titolo del volume dello studioso che si conferma il vero erede italiano di George Mosse, si può parlare di un Fascismo di pietra. Attento, come lo fu lo storico tedesco, agli aspetti dell' estetica del potere che vanno letti in maniera multidisciplinare e trasversale, superando quando è il caso, come la migliore storiografia ha dimostrato, gli stereotipi di destra e sinistra e superando anche alcuni luoghi comuni, secondo cui il fascismo sarebbe stato soltanto vuota retorica. Non si capisce il fascismo, afferma Gentile, se non si comprende il suo mito della romanità, attraverso il quale costruire una nuova civiltà imperiale, che non aveva nulla da invidiare a quella di Augusto. Non si trattò soltanto di una fabbrica di cartapesta, perché questa ideologia fascista venne letteralmente pietrificata e oggi possiamo vederla e, perché no, ammirarla nei palazzi dell' Eur, negli spazi e nelle statue del Foro Italico, all' origine Foro Mussolini, nei tanti edifici che non solo a Roma rappresentano il segno più forte dell' architettura italiana novecentesca. All' inizio di un percorso di lettura ricco di sorprese, scopriamo innanzitutto che il fascismo non nacque con il culto della romanità. Roma era assente nel programma del 1919 e in quello del 1920, la stessa «marcia» del 28 ottobre 1922 si svolse nel segno del disprezzo per la capitale, sede, come scriveva una giovane camicia nera toscana, «della vecchia Italia indolente, del Vaticano, delle ambasciate, dei pezzi grossi, della porchetta arrosto e del tira a campà». Sentimenti simili doveva nutrire Mussolini nel 1923, quando disse che la città andava «voronofizzata», alludendo al celebre medico Serge Voronoff che faceva cure ringiovanenti somministrando ormoni di scimmia. La cura Voronoff per Mussolini era il piccone. Così durante il suo regime Roma fu sventrata per dare spazio alle vestigia antiche, e ricostruita. Centocinquantamila persone appartenenti alle classi più umili furono trasferite dal centro alla periferia. Sicché un viaggiatore francese come Emil Schreiber poteva scrivere già nel 1932 che la Roma medievale e rinascimentale, come l' avevano conosciuta i turisti prima del fascismo, era scomparsa. Guai a pensare tuttavia che il culto fascista di Roma fosse un culto passatista. Perché storia e archeologia erano il serbatoio per attingere materiali finalizzati alla costruzione di una ideologia e di uno Stato proiettati nel futuro. Allo stesso modo, osserva Gentile, «al mito fascista della nuova romanità aderirono non soltanto architetti e artisti che avevano il culto della tradizione, ma anche i più giovani fautori dell' architettura razionale e di un' estetica della nuova romanità fascista, che fosse ispirata da una dinamica e spregiudicata modernità». Lo stesso Mussolini in più di un' occasione si schierò pubblicamente «in favore dell' architettura razionale e incitò gli artisti a creare uno stile fascista che fosse assolutamente moderno, anche se spesso cedette, specialmente dopo la conquista dell' impero, alle pressioni dei sostenitori del classicismo». Gli artisti e gli architetti protagonisti di questa rivoluzione visiva si chiamavano Enrico Del Debbio, Mario De Renzi, Adalberto Libera, Gaetano Minnucci, Luigi Moretti, Giuseppe Pagano, Mario Ridolfi, Mario Sironi. Su tutti svettava Marcello Piacentini, «uno dei maggiori artefici della Roma mussolinea». Il fascismo avanzava dunque attraverso leggi e discorsi, nei mass media e nelle liturgie collettive e si imponeva anche con la rivoluzione urbanistica. Uno degli strumenti di questa nuova estetica del potere furono le Mostre della rivoluzione fascista, che rappresentavano «eventi di culto, concrete esperienze di sacralizzazione della politica». Il vertice fu raggiunto con i lavori per l' esposizione universale del 1942. Evento atteso e mai avvenuto. Tuttavia nel quartiere dell' Eur ancora oggi possiamo studiare la prima realizzazione di quella nuova Roma imperiale, proiettata nel futuro, che doveva fare concorrenza alla vecchia capitale.

Messina Dino

Pagina 51
(4 dicembre 2007) - Corriere della Sera
http://archiviostorico.corriere.it/2007 ... 4098.shtml
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi RRR » 21/02/2010, 20:26

Filippo Ceccarelli
Eur, la fabbrica del potere
la Repubblica - 25 novembre 2007

Grazie al ritrovamento da parte di Mauro Miccio di numerose foto che ritraggono la costruzione del quartiere romano dell’EUR, Filippo Ceccarelli ripercorre la storia e le ragioni che indussero Mussolini alla fondazione della “Terza Roma” negli anni trenta. L’intenzione, sembra suggerita da Bottai nel 1935, era quella di festeggiare il ventennale della marcia su Roma e con esso la gloria del fascismo. Mussolini chiamò a lavorare all’EUR i migliori architetti italiani dell’epoca e scelse la doppia via del moderno e del grandioso per celebrare la maturità «della civiltà italiana, romana e fascista». La costruzione del quartiere venne bloccata dalla Seconda guerra mondiale e dagli anni ‘50 l’EUR è diventato una zona residenziale e di uffici pubblici.

[...] Negli scantinati del Palazzo della civiltà italiana, il cosiddetto “Colosseo quadrato”, e in quelli del Palazzo degli uffici, dove ha sede Eur Spa, sono stati ritrovati diversi rimarchevoli materiali tra cui delle foto stupende. O meglio: per iniziativa del professor Mauro Miccio, che nella sua pur varia carriera di teorico e manager della comunicazione mai avrebbe sospettato di trasformarsi in una specie di archeologo della sua azienda oltre che della zona in cui lavora, sono state restaurate delle lastre fotografiche, invero piuttosto malridotte, che adesso offrono allo sguardo visioni degne di un Cartier-Bresson. Mentre invece sono istantanee anonime, trovatelle, probabilmente prodotte nel corso di sopralluoghi per esigenze di lavoro.
Ebbene: queste immagini non solo cantano, ma in qualche modo riscattano le stesse ragioni che le avevano precipitate sotto terra, nell’abbandono e nella vergogna. Rappresentano infatti i lavori di costruzione dell’E42, il vasto insediamento che l’architettura del regime mussoliniano aveva in programma per degnamente celebrare, con un’esposizione internazionale che poi mai si fece, i vent’anni della marcia su Roma; e la gloria pregiudiziale del fascismo; e il genio italico ritornato sui «colli fatali» dell’Urbe; e l’attitudine bellica di un popolo che il Duce qualificava «di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori» come ancora si legge sul frontone di quel gigantesco cubo razionalista che perfino nel numero dei piani (sei) e delle arcate (nove) sembra dovesse riflettere, conteggiandole, le lettere di Benito e di Mussolini.
Ebbene, in cima a quel monumento inconcluso, nel vuoto della campagna assolata si staglia oggi la sagoma di un operaio che ha la grazia raccolta di un acrobata. In un’altra foto si vede una fila di lavoratori che a forza di braccia tirano un cavo con le stesse facce, gli stessi sguardi e la stessa concentrazione di certe icone del New Deal. Potenza. Equilibrio. Geometria. Poesia. Operai a cavalcioni sull’arco che Adalberto Libera non ha ancora appoggiato al vertice del Palazzo dei congressi: ma in bilico su una struttura appoggiata a dei tubi Innocenti c’è anche l’ingegnere con il suo cappello Borsalino, ed è come se danzasse tra fili e carrucole, sotto un cielo bianchissimo, come una specie di figura di Chagall. Sono figurazioni astratte e insieme umanissime presenze che a settant’anni di distanza finiscono per purificare quella pazza avventura architettonica che fu l’E42. Il pasto dei manovali, il silenzio che si coglie su quella scena, le scarpe impolverate in primo piano, il grappolo d’uva, le pietre spezzate, tutto sembra anticipare le inquadrature del neorealismo. [...]
Memorie pesanti che recuperano di colpo la loro leggerezza. Viene da pensare che forse è stato davvero un bene che quelle lastre fotografiche, quei pezzi di vetro alla gelatina ai sali d’argento siano rimaste sepolte così a lungo, pure sfidando umidità, crinature, fratture, graffi, impronte, abrasioni; ma anche fastidio, vergogna, mancanza di senso.
Un umile scalpellino è alle prese con un marmoreo bassorilievo, apoteosi del lavoro e della santità, pare di capire, al piano di sopra; mentre al piano terra, a grandezza naturale, si santifica la potenza militare, legionari con casco e fucile a tracolla, bandiere, labari, insegne, gagliardetti, donne supplicanti un condottiero a cavallo, anche se in piedi, e pure con elmetto, un braccio proteso nel saluto romano, l’altro con il pugno appoggiato minacciosamente sui fianchi. E l’omino vero che nell’umile foto di lavoro se ne sta lì sotto, a rifinire quella bizzarra creazione che presto verrà tragicamente contraddetta dagli eventi - e ciò che resta di quel tempo è la sua camicia, il suo berretto, la pacifica sua fatica. Postuma, per giunta, eppure o forse proprio per questo tale da ristabilire una ragionevole gerarchia di ricordi, di valori e di segni, e proprio nel cuore del sogno mattoide dell’E42.
Fu il più illuminato dei gerarchi, Giuseppe Bottai, a spingere Mussolini su quella strada già nel 1935, in vista del ventennale del regime. Il Duce scelse l’area delle Tre Fontane, e subito fu entusiasta del progetto, che interessò i migliori architetti su piazza. [...] Ancora oggi si fatica a capire cosa veramente significasse quel progetto per Mussolini, se non il tentativo, forse, di regolare personalmente i suoi conti con Roma, quale essa era e ancor più quale lui la sentiva: scettica, pittoresca, disordinata, opportunista, irridente. Così si proclamò demiurgo della fantomatica “Terza Roma”, dopo quella dei Cesari e dei Papi, convincendosi della necessità di allestire una bianca scenografia per i riti totalitari.
Sul piano estetico puntò sull’imperium, sul grandioso e sul moderno, proponendo l’E42 come «l’ostentazione consapevole e matura della civiltà italiana, romana e fascista in tutti i suoi aspetti», come ha sintetizzato Vittorio Vidotto (Roma contemporanea, Laterza, 2006). Non era previsto che qualcuno potesse opporsi a quest’idea.
«La Terza Roma - venne inciso sull’edificio nei cui scantinati finirono le foto - si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno». Ma in questa pur legittima indicazione urbanistica, almeno sulla carta, entrò di tutto: teatri, palazzi, musei, padiglioni (uno da dedicare al fratello defunto di Mussolini), archi di trionfo in metallo, elementi di classicismo onirico e cimiteriale, statue di uomini nudi che tenevano a freno cavalli o si strusciavano addosso a leoni con la lingua penzolante. Ma soprattutto guerrieri, armi, eroismo.
Si è poi capito, purtroppo, dove buttava questa impostazione. Ora si comprende bene come quelle frenesie, quelle forme, quei materiali, tutto insomma era coerente con un potere che stava andando a rotta di collo verso la sua autodistruzione. La guerra prima rallentò i cantieri, poi tra mille vicissitudini abbandonò l’Eur al suo destino, che per la verità ebbe poi a rivelarsi meno drammatico del previsto, dal momento che il quartiere resuscitò dalla sua desolazione di sterpi e travertino divenendo ricca zona residenziale, sede di ministeri, impianti sportivi, set cinematografici e luna park; e al giorno d’oggi anche così lodevolmente interessata alla sua storia, l’ex Ente Eur ora Eur Spa, da affrontare onerosi lavori di restauro figurativo.
Ma nel frattempo, e quindi nell’immediato dopoguerra, il Palazzo degli uffici, da cui oggi il professor Miccio governa agevolmente seduto su una preziosa scrivania anni trenta pure scovata in cantina e risanata, si trovò a ospitare centinaia di esuli giuliano-dalmati. Per cui sottoterra, chissà come, finirono anche delle foto di quella stagione, e ce n’è una di bimbe che giocano e saltano e ballano con i loro grembiulini nei viali deserti. In quella Roma, in quell’Italia così povera e insieme così ricca di speranza.
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Re: Il Fascismo e il mito di Roma

Messaggiodi Catenaccio » 11/03/2010, 17:51

Mario Appelius

Roma Imperiale

(dal "Popolo d'Italia" dell'11 luglio 1937)

La Roma dell'Anno XV è veramente lo specchio della nuova Italia!
Da Piazza Venezia al Colosseo, Via dell'Impero, prolungata dalla Via dei Trionfi verso il Mare di Ostia e delle vittorie navali, è un gioiello del globo. Nessuna capitale, nemmeno Londra col suo quartiere storico-statale sul Tamigi, possiede in un unico scenario urbano la quintessenza di tutta la storia cittadina e nazionale. [...]
Per di più la storia di Londra è ben pallida in confronto a quella di Roma! Nessuna città del mondo ha una storia abbagliante come quella di Roma i cui fasti si unificano con la grandezza medesima della razza bianca. Se nel passato esistettero città potentissime che per un dato periodo hanno potuto rivaleggiare in parte con lo splendore di Roma, quali Tebe, Babilonia, Menfi, esse sono scomparse nel tritume dei secoli. Sono diventate polvere. Roma sola è rimasta. Al suo nome è vincolata la storia del genere umano.

La grandezza antica del mondo classico, la maestà e l'universalità del Cristianesimo, il fulgore del Rinascimento che è la sublimazione dello spirito umano incarnato verso il Divino irraggiungibile, sono condensati nel nome di Roma.
E non solo Roma non è mai finita, ma sta sbocciando col Fascismo a rinnovate funzioni imperiali ed è nuovamente il centro irradiatore di una Idea universale, proiettata nel tempo e nello spazio verso il domani del mondo. Dai merli cinquecenteschi di Palazzo Venezia alle arcate cesaree del Colosseo, Via dell'Impero, attraverso i marmi dell'Altare della Patria, le colonne auguste dei Fori, le pietre delle Chiese cristiane, la Loggia dei Cavalieri di Rodi, il lucido asfalto del suo fondo stradale moderno sintetizza ventotto secoli di storia umana in un quadro straordinariamente armonioso, il quale allaccia dolcemente, logicamente, naturalmente il solco quadrato di Romolo all'età del cemento e della radio. Fanno da sfondo i millenni, polverizzati nell'aria dei Sette Colli.

Il Progresso umano ha nella Via dell'Impero il suo blasone araldico! Sulla destra la mole fastosa del Vittoriano col loculo del Milite Ignoto vigilato dai Fasci ed illuminato alla 900 simboleggia il Regno d'Italia nelle sue diverse vicende, dal '70 all'anno XV del Fascismo. Subito dopo si spiega il Foro di Cesare con le sue colonne ed i suoi trofei che esaltano il genio immortale della stirpe italica, produttrice inesausta di grandissimi esemplari umani. Dietro il Foro, il Campidoglio: cervello e cuore del mondo civile. La facciata barocca della Chiesa di San Luca evoca il papato dei Pontefici umanisti e politici. Ecco la Curia donde uscirono le Leggi fondamentali che ancora regolano il cammino del mondo. Il Tempio di Venere Genitrice risuscita il mondo pagano dell'Ellade e del Lazio coi Miti dei poeti e le vittorie dei Proconsoli. Sulla sinistra altra cinematografia di secoli e di glorie: il genio politico-amministrativo di Traiano; il Medioevo cavalleresco e cattolico dei monastici ordini guerrieri; l'imperio mondiale del Divo Augusto; la saggezza di Nerva; la fastosa prodigalità di Domiziano. Chiudono il quadro abbagliante: da una parte il Colosseo con le sue visioni di orgie e di trionfi, di sangue e di martirii; dall'altra il Palazzo della Serenissima col Leone di San Marco, col fulgore stellare delle Repubbliche e delle Signorie, con l'evocazione dei grandi naviganti e scopritori, col Balcone del nuovo Fondatore dell'Impero.

Tra le vestigia gloriose dei secoli corre la grande arteria moderna, ampia, lucida, rettilinea, saettante di automobili, brulicante di popolo, martellata dal passo delle « quadrate Legioni » che tornano dall'Etiopia, vivificata dal canto dei Balilla e degli Avanguardisti che esaltano nell'inno Giovinezza la propria gioventù prorompente. Nel fulgore della mattinata luminosa non si sa se più abbagli lo splendore del sole o lo splendore di Roma.

Il Foro Mussolini! Una creazione monumentale degna della Roma antica. Diciottomila metri quadrati di costruzioni. Ottomila metri quadrati di mosaico. Diecimila metri quadrati di marmo. Novanta statue ciclopiche. Blocchi di granito di cento tonnellate ognuno. Terme. Arenghi. Stadii. Scuole di educazione fisica. Bianchezza allucinante. Apoteosi del marmo. Grandiosità di linee. Grandiosità di vedute. Un viale intero di travertino. Una piscina di tre milioni di litri di acqua depurata e sterilizzata, contenuti in una vasca interamente di marmo, coperta da una volta di marmo, circondata da pareti di marmo. Quattromila metri quadrati di solarium pensile. Due milioni e trecentomila Balilla; due milioni di Piccole ltaliane; ottocentomila Avanguardisti; quattrocentomila Giovani fascisti. Circa 6.000.000 di giovinezze allenate alla palestra della vita sopra una piattaforma di marmo, nell'aria del Lazio, nel sole del Mediterraneo.
L'insieme dà le vertigini!

Nessuna città al mondo possiede nulla di eguale al Foro Mussolini. Se in qualche punto hanno costruito grande, non sono arrivati allo sfarzo del marmo profuso come pietra. Manca inoltre altrove lo sfondo millenario del Campidoglio e del Palatino. Manca soprattutto l'Idea fascista di considerare lo Sport non fine a sé stesso ma elemento vivificatore di una Esistenza concepita idealmente come un Dovere verso il Passato e verso l'Avvenire, vissuta poeticamente e pericolosamente tra l'Arte e la Scienza, tra il Libro e l'Aratro, tra l'Amore e la Guerra, in una mirabile fusione dello Spirito con la Materia.

Il Foro Mussolini non è solamente l'esaltazione architettonica della salute fisica del popolo. È una scuola imperiale di vita. Arrivati dinanzi all'Obelisco di Mussolini - supremo fiore delle montagne di Carrara - che si sfila in una terminale scaglia d'oro come un anelito verso l'infinito, l'italiano evoca istintivamente la statua di Augusto e sente la Patria sospinta dalle medesime forze arcane verso eguali altezze di Storia.

La Città Universitaria! Il Foro Mussolini fa pensare alla Città Universitaria. L'una completa l'altro, anzi formano una cosa unica. Libro e Moschetto! Anche qui grandiosità di concetti, semplicità di linee, modernismo armonico, opportuno concentramento di energie. Discipline antiche nelle quali Roma è maestra millenaria come il Diritto, accanto a discipline modernissime nelle quali la nuova Italia è balzata prepotentemente all'avanguardia, per slancio di giovinezza. Accanto alla Scuola di Arte antica che raccoglie le copie dei più grandi capolavori del Genio umano (per tre quarti italici), la Facoltà di Matematica dove le nuove generazioni si preparano alle vittorie della Tecnica donde sgorgano i primati italiani aeronautici e navali; la Facoltà di Fisica che da Galvani a Marconi è tutta piena di italianità illuminante i secoli; la Facoltà di Chimica che è la cripta-dinamica della nuova autarchia imperiale. La Facoltà di Botanica attualmente in costruzione ha le più grandi serre che esistano sul pianeta. Il Policlinico mantiene le Facoltà di Medicina e Chirurgia a contatto immediato con le infermità e le sofferenze degli uomini. In fatto di modernismo la Città Universitaria di Roma è alla pari di quanto è stato fatto di più moderno a Nuova York, a Chicago, a San Francisco, a Sidney. Londra e Parigi non hanno nulla di simile. Il nostro cammino è fantasticamente veloce. Quindici anni fa concepire una Università di questo genere a Roma sarebbe stato... pazzesco. Oggi è una realtà.
- Ci si sente signori! - mi ha detto un vecchio professore mostrandomi la sua aula marmorea, servita da ascensori. Il Fascismo ha infatti dato all'Italia «proletaria e nullatenente » il lusso di essere signora e di trarre miracolosamente dal suo medesimo grembo i mezzi per divenirlo.

Piazza Venezia! Ebbro delle cose viste, l'anima satura di orgoglio nazionale, il cuore gonfio di commozione italiana, il pellegrino che viene dall'Estero si ritrova automaticamente in Piazza Venezia, attrattovi dalle forze indefinibili che fermentano in lui e che lievitano nell'atmosfera della Patria.
Ve ne sono parecchi altri di pellegrini a Piazza Venezia : italiani venuti dall'Argentina, dal Brasile, dall'Egitto, dalla Tunisia.... Nessuno si accorge che questi italiani siano diversi dagli altri passanti.... Io li riconosco, nei visi e nelle anime, ché ho mangiato per le vie del mondo lo stesso loro duro pane, condito di umiliazioni e di miseria.
Pellegrini? Si. Vengono anche loro dalla Via dell'Impero, dal Foro Mussolini, dalla Città Universitaria.... da tutte le realtà della nuova Roma imperiale.... Vengono dalle strade d'Italia che sono oggi le più belle del mondo....

Vengono dalle Stazioni Marittime di Genova, di Napoli, di Trieste che nessun'altra nazione possiede.... Ognuno ha visitato prima la sua provincia originaria, il dolce paesello natale della lontana infanzia ed ha constatato come dovunque sia profonda, radicale, ciclopica, l'opera creatrice del Fascismo.
Ci ritroviamo tutti in Piazza Venezia.
A far che?
A contemplare un balcone!

Dietro quel balcone è Lui.
Lui che ha fatto!
Lui che lavora.
Lui che risolve.
Lui che semplifica.
Lui che realizza.
Lui che prevede.
Lui che osa e che costruisce.

Qualunque italiano passi di là - venga dalla Patagonia o da Busto Arsizio - alza gli occhi verso il Balcone. Ed ogni cuore ha un rapido sussulto.


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E quando anche il Piave mormorava
"non passa lo straniero" e l'austriaco non passava
quando Caporetto significa lo stimolo
si alza la testa l'Italia non si abbassa
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