IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Fino al 476 e.v.

IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Messaggioda Alberto Palmucci » 10/09/2010, 10:40

IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA
di Alberto Palmucci


Questo lavoro riprende e sviluppa quanto già da me detto nelle pagine 116-118 della rivista “Aufidus” (62-63), 2007 (Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Bari; Dipartimento di studi sul Mondo Antico dell’Università di Roma Tre).

Il Fanum Voltumnae era a Tarquinia per le ragioni che andremo esponendo.

1). Il geografo greco Strabone scrisse:

“Si racconta che Tarconte [...] fondò dodici città; e da lui prese il nome la città di Tarquinia [...] A quel tempo, dunque, gli Etruschi, governati dal un sol capo, furono molto potenti” (V, 2,2).

Aulo Cecina di Volterra, poi, storico etrusco, raccontò:

Tarconte, passato l’Appenninio con l’esercito, fondò la città che chiamò Mantova […]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città(Scholia Veronensia, ad Verg. Aen. 200).

E’ l’area Tarquinia, come dice Torelli, il vero epicentro dell’espansione dapprima verso l’Etruria propria, e poi verso la Padana. Le vicende di questa fase formativa della nazione sono riflesse infatti in quelle della figura di Tarconte, fondatore di Tarquinia, e delle altre città dell’Etruria propria e della Padana. Durante l’età del Bronzo finale e del Ferro, Tarquinia e il suo territorio hanno restituito le più antiche testimonianze archeologiche. Ceramiche di tipo Tarquiniese si ritrovano anche in altre regioni dell’Etruria e della valle Padana, ma sono posteriori.

2). Strabone poi scrisse:

“Dopo la fondazione di Roma, venne Demarato portando popolo da Corinto. I Tarquiniesi lo accolsero amichevolmente, e da una donna del paese gli nacque Lucumone. Questi [...] cambiò il suo nome in quello di Lucio Tarquinio Prisco (V, 2,2) […]. Demarato aveva portato con sé dalla sua patria una ricchezza tanto grande in Etruria, che egli stesso non solo regnò sulla città che lo aveva accolto (Tarquinia), ma il suo figlio fu fatto re anche dei Romani (VIII, 6,20) […]. Da Tarquinio, e prima dal padre, fu molto abbellita l'Etruria. Il padre, grazie alla quantità di artisti che lo avevano seguito da Corinto; il figlio con le risorse di Roma. Si dice pure che da Tarquinia furono trasportati a Roma gli ornamenti dei trionfi, dei consoli e, in generale, di tutte le magistrature, così pure i fasci, le scuri, le trombe, i sacrifici, la divinazione e la musica di cui fanno uso pubblico i Romani (V, 2,2)”.

I particolari del trasporto dall'Etruria a Roma delle insegne federali furono raccontati da Dionigi d’Alicarnasso. Egli scrisse che i capi delle singole città etrusche, dopo una guerra perduta contro Tarquinio Prisco re di Roma, si riunirono più volte in concilio, e lo riconobbero capo della loro Federazione. Essi poi inviarono ambasciatori che trasferirono in Roma, e

“consegnarono a Tarquinio le insegne della supremazia, con le quali essi adornano i propri re: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro con l'aquila alla sommità, una tunica di porpora con fregi in oro, e un mantello di porpora ricamato, proprio come lo indossavano i re della Lidia e della Persia [...]. Gli recarono anche, come dicono, dodici scuri, portandone una da ogni città. Era, infatti, usanza degli Etruschi che il re d’ogni città camminasse preceduto da un littore recante un fascio di verghe e una scure. Quando poi si effettuava una spedizione comune delle dodici città, le dodici scuri venivano consegnate a colui che in quel momento aveva il potere supremo [...]. Per tutto il tempo della sua esistenza, Tarquinio portò dunque una corona d'oro, indossò una veste di porpora ricamata, tenne uno scettro d’avorio, sedé su un trono eburneo; e dodici littori, recanti le scuri con le verghe, gli stavano intorno se amministrava la giustizia”
(III, 73).

Tarquinia era dunque il centro della Federazione Etrusca. A Tarquinia, littori con fasci si vedono su fregi di sarcofagi e di pitture parietali come quelle della Tomba del Convegno.

3). La tradizione romana che un Tarquinio fosse stato insieme capo della federazione etrusca e re di Roma trova riscontro in Etruria nelle pitture della tomba Francois di Vulci. Qui si vedono alcuni personaggi che sorprendono nel sonno e uccidono i capi disarmati d’una coalizione di città etrusche: le vittime sono un anonimo soanese, un anonimo volsiniano, un anonimo blerano e un Tarquinio di Roma (Tarchunie Rumach). In linea con la tradizione sopra esposta, dobbiamo considerare il Tarquinio di Roma a capo di una coalizione di città subordinate fra cui Volsini personificata dall'anonimo volsiniano. Il fatto che le vittime vengano sorprese nel sonno in un’unica località fa pensare che l’eccidio avvenga durante un concilio federale tenuto a Roma a o Tarquinia. Forse vi partecipavano gli stessi assalitori.

4). Tarquinio, come abbiamo visto nelle tradizioni sopra riferite, è un re di Tarquinia che diviene anche re di Roma, e come tale utilizza le risorse di Roma per abbellire l'Etruria; e mentre è re di Roma diventa pure capo della Federazione Etrusca: questa investitura gli viene proprio da Tarquinia. Il tutto trova un perfetto parallelo nell’Eneide di Virgilio, secondo cui, in epoca mitica, Tarconte, re della Federazione Etrusca, da Corito (Corneto/Tarquinia), inviò ad Evandro, re del Palatino di Roma, le insegne del potere per cedergli spontaneamente la “corona del regno etrusco” (VIII, 505). Il troiano Enea, poi, delegato da Evandro, si recherà a Corito-Tarquinia (IX, 1), nel “Campo” federale di Tarconte per ricevere la carica. Questo “Campo”, per tradizione orale e scritta, come spiegavano gli antichi commentatori d’epoca romana, che affermavano d’averlo pure visitato, era su un colle pianeggiante lungo il fiume Mignone (1), a nord di Centumcellae (cioè fra la odierna Civitavecchia e Tarquinia dove in effetti il fiume sfocia (2). Lì, Tarconte gli cederà il comando supremo della Federazione Etrusca (X, 147, ss.). Questo, nella cronologia degli eventi dell’Eneide, avviene proprio il 13 agosto (3), giorno in cui a Roma, sull’Aventino, si celebrava la festa di Vertumnus, dio della federazione etrusca.

(1) Virgilio, Eneide VIII, 597 ss. : apud Caeritis amnis ; Servio, Commento all’Eneide, VIII, 597 ss. : Amnis autem Minio dicit; VIII, 603: “intellegamus quod hodieque videmus et legimus, hanc collium fuisse naturam, ut planities esset in summo, in qua inierat castra Tarchonis”.
(2) Servio, Commento all’Eneide X, 183: MINIONIS, fluvius est Minio Tusciae ultra Centumcellas.
(3) A. Palmucci, "Bollettino Società Tarquiniense d’Arte e Storia", 1996, p. 44. Il giorno precedente, Enea aveva assistito alla celebrazione da parte di Evandro alla festa in onore di Ercole, Questa festa, che si diceva istituita da Evandro, verrà celebrata a Roma il 12 agosto di ogni anno.


5). Varrone (De L.L. V, 46; 74) dice che il culto di Vertumnus fu introdotto a Roma ad opera degli Etruschi di Celio Vibenna venuti in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Lo stesso Tito, poi, divenuto regnante assieme a Romolo, avrebbe eretto al dio un‘ara sull’Aventino dov’egli stesso si sarebbe fatto seppellire. Nel vicus Tuscus, infatti, esisteva una statua di Vertumnus, la cui base è stata oggi ritrovata (CIL VI 804). Il poeta latino Properzio infine fece dire al dio d’aver assistito all’arrivo di un certo Lucumone (Tarquinio) a Roma in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Nei dipinti della tomba François di Vulci, però, e nelle fonti letterarie più vicine agli Etruschi (Verio Flacco, Claudio e Tacito) la figura di Celio Vibenna non era connessa a Romolo, bensì a quel Lucumone di Tarquinia, che divenne re di Roma col nome di Lucio Tarquinio. E’ allora possibile che l’introduzione a Roma del culto di Vertumnus sia avvenuta, insieme alle insegne del potere federale, durante il regno di Lucumone Tarquinio Prisco.

6). Si diceva che mentre Tarconte (1), secondo altri Tarquinio (2), arava la terra attorno a Tarquinia, da un solco tracciato in maggiore profondità emerse un bambino che aveva la sapienza d’un vecchio. Il bimbo fu chiamato Tagete perché nato dalla terra (3); ed era il figlio del Genio di Giove (4). Tarconte allora, ch’era il sacerdote di Giove, lo prese e lo “portò nei luoghi sacri” (5), evidentemente a Giove. “Poiché l'aratore”, raccontava Cicerone, “stupito da questa apparizione, mandò alte grida di meraviglia, ci fu un accorrere di gente in massa; e, in breve tempo, tutta l'Etruria convenne sul luogo” (6).
Tagete, allora, prendendo Tarquinia come centro, divise il cielo in sedici parti, assegnò ad ognuna di esse una divinità, e dettò a Tarconte (o a Tarquinio) e agli altri lucumoni delle città etrusche lì convenuti l’arte di interpretare i fulmini a seconda della parte di cielo dalla quale fossero venuti. Prese poi un fegato di pecora, e, come aveva fatto con il cielo, stabilì il centro, divise il bordo in sedici parti, e dettò le norme per leggervi il volere degli dèi. Tarconte, infine, ne compose un poema in forma di dialogo poetico in lingua etrusca.
Nel linguaggio mitico, il raggio d'azione del grido dell'aratore (Tarquinio o Tarconte) che da Tarquinia si stende per tutta l'Etruria, esprime il prestigio che la città aveva sulla nazione. Il concorso, poi, di tutti gli Etruschi sul luogo donde era partito il richiamo esprime l'autorità e la capacità aggregante e Tarquinia aveva sulla Confederazione. L’essere infine il luogo della rivelazione di Tagete, e del dettato di norme religiose a tutti i capi degli Stati etruschi, nonché il trovarsi al centro dell’universo celeste, fanno di Tarquinia il centro religioso e politico della nazione. Nella città, si formerà una scuola di aruspicina che poi i Romani istituzionalizzeranno nel Collegio dei Sessanta Aruspici al quale ognuna delle dodici città federate doveva inviare cinque allievi (7).

(1) Giovanni Lido, De ostentis, 2-3.
(2) Commento Bernense a Lucano, 1, 636.
(3) Commento Bernense, cit.
(4) Festo, De significatione verborum, s.v. Tages.
(5) Giovanni Lido, op. cit. Proemio.
(6) Cicerone, De Divinatione, II, 5.
(7) Cicerone, op. cit. , I, 90.



7). Sui graffiti di uno specchio etrusco, trovato a Tuscania, presso Tarquinia, si vede Tagete che insegna a Tarconte e agli altri le norme dell’aruspicina. Alla scena assiste un dio, al di sopra del quale è scritto Veltune. Ora, la desinenza “e” di Veltune potrebbe essere sia quella di un rara forma di caso nominativo di teonimo, sia quella di un comune caso locativo. In quest’ultima possibilità indicherebbe il luogo dove il dio era venerato (il Fanum Voltumnae). In entrambi i casi si tratta della forma etrusca del nome latino di Voltumna o Vertumnus, il “dio principe dell’Etruria”. Presso il suo tempio avveniva il congresso degli Stati (Livio, IV, 23; 25; 61; V, 17), se ne eleggeva il capo (cfr. Tarconte), e si formavano gli eserciti federali (Livio, VI, 2). E’ significativo che questa figurazione del dio sia l’unica finora trovata, ed è pure evidente che Veltun o Veltune aveva pertinenza col luogo della rivelazione di Tagete. Questo luogo, e con ciò Tarquinia, doveva esser dunque quello del centro della Federazione, e della sede del Fanum Voltumnae.

8). Si ritiene che il nome di Veltun o Veltune (lat, Voltumna, Vertumnus) appartenga ad una particolare connotazione del supremo dio etrusco Tinia (il Giove romano). A favore di quest’ipotesi gioca il fatto che da un lato Tagete e Tarconte sono rispettivamente il figlio del Genio di Giove/Tinia ed il sacerdote di Tinia/Giove (per cui Tarconte va deporre il bambino neonato “nei luoghi sacri” a Tinia/Giove), e dall’altro sullo specchio di Tuscania è Veltun o Veltune e non Tinia/Giove il dio che assiste Tagete durante le sue rivelazioni.

9). Nel IV secolo a.C., a Tarquinia, il grande tempio della città, detto significativamente Ara della Regina, raggiunge la sua massima espansione fino a diventare il maggiore d’Etruria. Ora, è stato recentemente trovato un cippo appartenente all’interno del tempio, dal quale si apprende che in epoca romana questo era dedicato proprio a Giove/Tinia (1). Peraltro, le più antiche iscrizioni votive a Tinia, provengono da Tarquinia (2). Sulla destra, poi, della fronte del tempio di Giove/Tinia, c’è una sontuosa vasca marmorea d’epoca augustea sulla quale è scritto che era utilizzata per i Ludi (pro ludis); e, come Torelli ha evidenziato, era il contenitore dell’olio usato nei ludi atletici e religiosi che in epoca romana si svolgevano nella vasta area antistante il tempio (3). Per il periodo etrusco, pubbliche gare atletiche sono numerosamente documentate nelle pitture tombali di Tarquinia. Ricordiamo quelle delle Olimpiadi e delle Bighe. In quest’ultima sono addirittura raffigurate le strutture lignee dello “stadio” che racchiudeva i giochi, ed il pubblico che vi assisteva vivacemente. Al centro dello "stadio" si vede poi l'altare e la statua del dio guerriero (Veltune/Vertumnus/Voltumna?), con elmo, corazza e lancia, che presiedeva i Ludi ed al quale i Ludi stessi dovevano esser dedicati.
Ai piedi della scalinata del tempio s’è trovato anche un cippo di marmo (II-III sec. d.C.) che in origine recava una scritta di cinque righe. Le parole delle prime quattro sono state scalpellate (per damnatio memoriae?) già in epoca antica, ma nella quinta riga si legge ancora Tarquinienses Foeder[ati] (4). E’ possibile che il testo integrale contenesse l’elenco dei popoli etruschi federati, o federati a Roma, compresi i Tarquiniesi. Il tempio dinanzi al quale era il cippo dovrebbe esser comunque quello della Federazione Etrusca in epoca romana (5).
A Tarquinia, peraltro, si trova la quasi totalità delle attestazioni epigrafiche, sia pure solo d’epoca repubblicana, delle sepolture del capo della Lega: lo Zilath mechl Rasnal e lo Zilch Cechaneri (6).

(1) M Torelli, Tarquitius Priscus Haruspex di Tiberio, in Archeologia in Etruria Meridionale, a cura di M. Pandolfini, p. 249 ss.
(2) I. Krauskopf, in Dizionario della civiltà etrusca, a cura di M.Cristofani, s.v. Tinia.
(3) M. Torelli, op. cit. p. 260; Elogia Tarquiniensia, p. 164.
(4) M. Torelli, Elogia Tarquiniensia, p. 16.
(5) In quella etrusca il Fanum era verosimilmente sul colle della vicina Corneto (Corito), nel luogo della Corneto medioevale o presso il Casale di Santa Maria del Mignone dove doveva trovarsi il luco di Silvano (cfr. Virgilio, Eneide, VIII, 597 ss.).
(6) Per lo Zilath: CIE Tarquinia 5360 (TLE 87); 5472 (TLE 137); 5811 (TLE 174); ThLE, s.v. Zilath. Per lo Zilch: CIE, Tarquinia, 5385 (TLE 90); 5423 (TLE 126). Vd. A. Maggiani, Appunti sulle magistrature etrusche, “StEtr” 62, 1996, p. 107.


10). Tito Livio spiegò che le riunioni dove gli Etruschi, durante la prima metà del IV secolo, eleggevano il capo supremo avvenivano al Fanum Voltumnae, cioè nel tempio di Voltumna. Egli però non disse presso quale città si trovasse il tempio; pose comunque Tarquinia a capo di un esercito federale condotto contro Roma alla metà del secolo. In ogni caso, è da escludere ch’egli intendesse che il Fanum fosse a Volsini. Egli, infatti, in altra occasione, parlerà di Volsini, Perugia e Arezzo, e le presenterà tutte insieme come tre distinte capitali d’Etruria, ognuna del proprio singolo stato (Livio, op. cit., X,37: "Tres validissimae urbes, Etruriae capita, Volsinii, Perusia, Arretium". Lo stesso significato ha "Caput Etruriae habebatur" di Valerio Massimo “IX,1”).
Lo specchio etrusco sopramenzionato, dove si vede il dio federale Veltune (lat. Voltumna o Vertumnus) presente a Tarquinia, è proprio del IV secolo. Nello stesso secolo, nella tomba François, come abbiamo visto, è un Tarquinio di Roma e non un Volsiniese il capo della coalizione alla quale la stessa Volsini apparteneva.

11). Quando Roma sottomise Tarquinia, il ruolo di centro, limitato all’Etruria settentrionale ancora indipendente, fu svolto forse da Volsini. E quando, nel 264 a.C., il console M. Fulvio Flacco sottomise anche questa città, egli stesso trasportò a Roma la statua di Vertumnus (Festo, s.v. Picta; Properzio, IV, 2), il cui culto sull’Aventino però preesisteva già dal tempo di Romolo o di Tarquinio. Dopo la fine di Volsini altre città, come Chiusi e Arezzo, dovettero via via assumere il ruolo di centro federale per l’Etruria settentrionale; ma completata l’occupazione romana, Tarquinia dovette riestendere il ruolo di centro sull’intera nazione. E’ qui infatti che troviamo ancora le sepolture di personaggi che in vita hanno rivestito la carica di presidente della Federazione; ed è qui che i Romani, istituzionalizzarono l’antica scuola di aruspicina nel Collegio dei Sessanta Aruspici dove ognuno dei principi delle dodici città federate doveva inviare i propri figli a studiare. Nei rilievi del cosiddetto Trono di Claudio, eretto dagli Etruschi di Cere, sono rappresentati i dodici popoli della Federazione; e Tarquinia occupa ancora il primo posto della rassegna.
La Tabula Peutingeriana (IV sec. d.C.), antica carta geografica d'epoca romana, pose Tarquinia al centro delle grandi vie di comunicazione; inoltre, mentre ogni altra città, Volsini compresa, vi fu raffigurata con due torrette, solo Milano (capitale dell’Impero Romano d’Occidente) e Tarquinia (capitale d’Etruria) lo sono da due torrette poste su un piedistallo.
La città, peraltro, era la sede del consularis Tusciae. Qui troviamo la sepoltura del praetor Etruriae P. Tullio Varrone (CIL, 3364). Dagli Acta Santorum (9 agosto), poi, sappiamo che, attorno al 250 d.C., Secondiano fu inviato da Roma a Centumcellae (Civitavecchia) e a Colonia (Gravisca), il porto di Tarquinia, dove fu processato e giustiziato da Marco Promoto, consularis Tusciae, la cui residenza era evidentemente Tarquinia. Il martire su sepolto in Colonia. A Tarquinia, dove il santo divenne patrono, se ne conserva ancora un braccio. Un governatore della Tuscia e dell’Umbria, poi, sotto Diocleziano, veniva chiamato Tarquinius, nome che potrebbe essere significativo della città dov’egli svolgeva la sua funzione (L. Cantarelli, La diocesi italiciana, 1964, p. 116).

Volsini, tuttavia, mantenne forse un suo ruolo. Esiste un Rescritto (se non è un falso, come con buone ragioni sostenne L. A. Muratori in Thesaurus pp. 75-76) col quale l’imperatore Costantino, nel 337 d.C., un po' prima di morire, concesse agli Umbri di Spello l’esonero di recarsi a Volsini per celebrare le feste religiose. Manca ogni accenno a divinità antiche o federali. Le funzioni religiose di Volsini potevano comunque essere il residuo del ruolo centrale che la città, dopo la caduta di Tarquinia, aveva assunto verso le ancor libere città della media valle del Tevere. L’estensione all’Umbria è poi dovuta alla riforma di Diocleziano che unì questa regione all’Etruria.

IL FALSO RESCRITTO DI SPELLO? Durante l’impero di Diocleziano (284-305 d.C.) L’Umbria fu unita amministrativamente all’’Etruria. Ora, nel 1733 fu trovata a Spello, in Umbria, presso l’anfiteatro, la copia marmorea di un presunto rescritto emanato dall’imperatore Costantino (274- 337 d.C.). In questa copia si legge che gli Umbri della città di Spello avrebbero chiesto all’imperatore sia l’esonero di recarsi in Etruria, a Volsini (dice il presunto rescritto), per celebrare annualmente i giochi scenici e gladiatori, sia il consenso di poterli separatamente celebrare nella loro città. L’imperatore avrebbe acconsentito, fatto salvo che a Volsini gli Etruschi avessero ancora potuto celebrare i loro ludi scenici e gladiatori. In cambio della concessione, Costantino avrebbe acconsentito e ordinato che il tempio pagano presso cui gli abitanti di Spello avrebbero poi dovuto celebrare i loro giochi scenici e gladiatori fosse stato dedicato alla gente Flavia cui egli stesso apparteneva (in cuius gremio aedem quoque Flaviae hoc est nostre gentis ut desideratis magnifico opere perfici volumus).
Sebbene il presunto rescritto non contenga allusioni al Fanum Voltumnae né a divinità federali come Voltumna o Vertumnus, si è pensato che ci fossero buone ragioni per ritenere che presso Volsini fosse comunque esistito il famoso Fanum, centro federale degli Etruschi, del quale Tito Livio aveva più volte parlato senza tuttavia precisare dove si trovasse. Però la cosa, sostenne il Muratori, non è affatto pacifica perché il rescritto è un falso settecentesco (L. A. Muratori, Novus Thesaurus, pp. 1791-95). Egli osservò innanzitutto che l’indizione del presunto rescritto non è conforme ai canoni con cui tali atti venivano redatti. Analizziamo il testo. Esso inizia così:

Esempio di Sacro Rescritto
L'Imperatore Cesare Flavio Costantino, Massimo, Germanico, Sarmatico, Gotico, Vincitore, Trionfatore, Augusto e (i figli) Flavio Costantino, Flavio Giulio Costanzo, Flavio Costante


• Per cominciare, manca il datum (cioè il luogo e la data di emissione). Lo stesso imperatore in precedenza (26 luglio del 322) aveva emanato una disposizione secondo cui gli atti legislativi non erano validi se mancavano di quel particolare (Cod. Theod., I, 1,1: Si qua posthae edicta sine constitutiones sine die et consule fuerint deprehensae, auctoritate careant). Basterebbe dunque questo solo difetto per sostenere che il “rescritto” è falso.
Manca poi il nome del destinatario del presunto rescritto.
• Costantino, nei decreti imperiali del tempo, ha la qualifica di Augusto, ed i suoi figli Costantino Juniore, Costanzo, Costante e il nipote Dalmazio quella di Cesare con l’aggiunta frequente di nobilissimo. Costante fu eletto nel 333, e Dalmazio nel 335; e poiché il “rescritto” contiene i nomi dei primi tre, ma non quello di Dalmazio, ne consegue che l’atto dovrebbe essere stato emanato dopo che Costate fu eletto Cesare, e prima che lo fosse Dalmazio, cioè fra il 333 ed il 335. Nel nostro rescritto comunque manca ai figli di Costantino sia il titolo di Cesare che la qualifica di nobilissimo. E’ questo un ulteriore indizio della falsità del documento.

C’è poi da considerare quanto segue.Nel 325 d.C., l’imperatore Costantino, dopo aver composto nel Concilio di Nicea (a ca. Km. 130 da Costantinopoli) le controversie delle sette cristiane che travagliavano l’intero impero, emise da Berito (in Fenicia), sede di una scuola di giurisprudenza, un decreto in cui proibì per tutto l’impero i ludi dei gladiatori perché turbavano la sensibilità dei cittadini (1). Eusebio di Cesarea, che conosceva personalmente Costantino e ne scrisse la vita in lingua greca, confermò che l’imperatore “proibì a tutti (gr. diataxeti tois pasi) ... di non contaminare le città coi cruenti spettacoli dei gladiatori” (2). Pare che i giochi tuttavia non si estinsero completamente perché solo con una legge emessa da Onorio nel 402 si riuscì a ottenere la loro definitiva chiusura (3). Costantino comunque non li ripristinò mai; e non si capisce come egli, nel presunto rescritto (333-335 d.C.), avrebbe potuto preoccuparsi non solo che in Etruria i giochi gladiatori fossero mantenuti, ma che nell’Umbria, a Spello, ne fossero addirittura istituiti dei nuovi. Aggiungiamo che l’unità amministrativa di Etruria ed Umbria non fu mai revocata né da Costantino né dai suoi successori; così di nuovo non si capisce come mai egli che nel presunto rescritto si sarebbe preoccupato di precisare che i nuovi ludi gladiatori da istituire in Umbria non abolivano comunque l’esistenza di quelli già esistenti in Etruria non si sia contemporaneamente preoccupato di precisare che la separazione dei ludi dell’Umbria da quelli d’Etruria non aboliva comunque l’unità amministrativa delle due regioni: ciò anche per non dare appiglio a cattive interpretazioni che avrebbero potuto creare future complicazioni politiche sul piano amministrativo delle due regioni.
Il Muratori ha poi osservato che Costantino, favorevole com’era verso il Cristianesimo non avrebbe mai ordinato agli abitanti di Spello di costruire un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale egli stesso apparteneva. Egli, per dirla con le parole del Muratori, non era “ethnichus et Cristianus (Cristiano e Pagano)”. Questa sua espressione ha porto il fianco a una obiezione apparentemente fondamentale. Gli è stato obiettato che Costantino in effetti era proprio “pagano e cristiano” perché non aveva mai rinunciato alla carica di Pontefice Massimo, e che alcune volte non si era rifiutato di assecondare alcune usanze pagane; inoltre aveva preso il battesimo cristiano solo negli ultimi giorni della sua vita (a quel tempo non esisteva ancora il sacramento della confessione, e molti attendevano gli ultimi giorni della loro vita per farsi battezzare perché questo sacramento cancellava tutti i peccati). Tutto ciò è vero, ma comunque non si capisce come Costantino che, negli ultimi anni della sua vita, “fece costruire il sepolcro suo presso il magnifico Tempio de gli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli” (L. Muratori, Annali, III, anno 335), in quegli stessi ultimi tempi della sua vita, abbia permesso e ordinato agli abitanti di Spello di erigere un grande tempio pagano dedicato alla gente Flavia alla quale egli steso apparteneva. Se poi, come recentemente e stato sostenuto, il rescritto fosse stato emesso negli ultimi giorni della sua vita, e pubblicato addirittura dopo la sua morte, allora ci sarebbe da chiedersi come mai Costantino, che prossimo alla morte si fece battezzare cristiano, avrebbe mantenuto il proponimento di far costruire un tempio pagano a se stesso a costo della salvezza della sua anima.
C'è infine da osservare che l'antica capitale, o centro religioso, degli Umbri non era Spello, bensì Gubbio. Si evince dalle famose Tavole Iuguvine del II sec. a.C.
La Tabula Peutingeriana, poi, nemmeno menziona Spello. Essa accenna invece a Gubbio.

(1) L. I, De Gladiator., Cod. Theod. : “Cruenta spectacula in otio civili, domestica quiete non placent. Quapropter qui omnino Gladiatores esse proibemus eos, qui forte delictorum causa hanc conditionem adque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inscrvire ecc.”.
(2) Eusebio di Cesarea, Vitae Costantini, 4, 25. Vedi il testo greco e latino in L. A. Muratori, op. cit. p. 1794. Gascou ritiene tuttavia che Costantino non abolì mai i giochi gladiatori, ma che si limitò a commutare la pena di morte di coloro che per delitti che venivano assegnati ai ludi gladuatori in quella dei lavori in miniera. Ma quali erano le vere intenzioni di Costantino si ritrovano pure nella sopra citata vita di Costantino, scritta da Eusebio di Cesarea, dove si dice che l’imperatore “proibì a tutti ... di non contaminare la città con i cruenti spettacoli dei gladiatori”. Come si vede, la legge valeva per tutti i giochi gladiatori, e non era limitata a nessun territorio né a nessuna categoria di persone.
(3) Il Muratori opportunamente scrisse: “ Pretese il Gothofredo (1587- 1652 d.C.) che quella legge fosse solamente locale né si estendesse per tutti il romano imperio; e non per altro, se non perché sotto i successori di Costantino s’incontrano né più né meno gli spettacoli de’ gladiatori. Credo io d’avere abbastanza dimostrato, massimamente con l’autorità di Eusebio, che veramente fu universale quel divieto di Costantino, ancorché i suoi figliuoli non sapessero poi sostenerlo: tanto erano impazziti i pagani dietro que’ barbarici e sanguinosi giuochi” (Annali, III, p. 367).
Alberto Palmucci
 
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Re: IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Messaggioda Prius » 11/09/2010, 15:22

Lo sto leggendo. Interessante. Grazie del contributo.
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Re: IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Messaggioda Il veritiero » 11/09/2010, 17:15

Mi associo ai complimenti.

Grazie.
Desti una patria ai popoli dispersi in cento luoghi: furon ventura ai barbari
le tue vittorie e i gioghi; ché del tuo diritto ai sudditi mentre il consorzio appresti,
di tutto il mondo una città facesti.
(Claudio Rutilio Namaziano, DE REDITU SUO)
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Re: IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Messaggioda nhmem » 19/10/2010, 1:37

Ringrazio il Prof. Palmucci del suo contributo, come sempre interessantissimo.
Ricordo il suo ultimo libro: Aruspicina Etrusca e orientale a confronto.

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Re: IL FANUM VOLTUMNAE ERA A TARQUINIA

Messaggioda ms500 » 13/12/2016, 10:18

Grazie. ^^

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