Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

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Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Catenaccio » 09/11/2009, 2:42

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Elio Cadelo
Quando i romani andavano in America
Scienza e conoscenza degli antichi navigatori
Palombi & Partner 2009, € 19,00


Scoperte archeologiche e letterarie di età classica provano che i Romani visitarono l'America prima di Colombo: nei testi si parla di nuove terre ad Ovest e numerosi manufatti ritrovati dimostrano che tra le due sponde dell'oceano Atlantico ci furono scambi. I Romani furono anche grandi navigatori: ad Est commerciavano con l'India, la Cina e l'Indonesia, e le loro esplorazioni andarono ben oltre la Nuova Zelanda; navigarono lungo le coste atlantiche dell'Europa raggiungendo le Orcadi, l'Islanda e forse oltre. In Africa sono state trovate tracce della presenza romana lungo le coste occidentali e orientali. Le testimonianze storiche prese in considerazione non lasciano alcun dubbio: in età imperiale i navigatori al servizio di Roma avevano acquisito le conoscenze nautiche e geografiche necessarie per giungere in America. Il volume espone in maniera chiara ed accessibile il livello raggiunto dalla cultura scientifica nel mondo antico, in particolare per quanto riguarda l'astronomia, la matematica e la geografìa. L'autore esamina anche diverse culture che con il mare ebbero un rapporto importante come quella babilonese, quella indiana e quella polinesiana e dimostra che la civiltà si diffuse in tutto il mondo grazie ai commerci marittimi. (Prefazione di Giovanni F. Bignami)

Il Nuovo Continente fu scoperto ufficialmente da Cristoforo Colombo nel 1492, ma non era la prima volta: antiche civiltà marinare, tra cui quella romana, erano già sbarcate nelle Americhe lasciando numerose tracce come monete, statuette, tombe ed anche una nave. Il racconto dei viaggi avvenuti molti secoli prima di quello “ufficiale” è oggetto del saggio di Elio Cadelo Quando i Romani andavano in America (Palombi Editori, pagine 220, euro 15), che illustra la cultura scientifica e le basi teoriche in possesso del mondo antico, in particolare per quanto riguarda la matematica, l’astronomia e la geografia, e dimostra come i Romani conoscessero la scienza nautica e avessero anche navi adatte per attraversare l’oceano Atlantico. I Romani furono grandi navigatori. Ad est commerciavano con l’India, la Cina e l’Indonesia: le loro esplorazioni raggiunsero e superarono la Nuova Zelanda; navigarono lungo le coste atlantiche dell’Europa fino alle Orcadi, l’Islanda ed oltre. In Africa sono state trovate tracce della presenza romana nello Zimbabwe e lungo le coste orientali. Questo è quanto ci dice la vulgata, ma in età imperiale i marinai romani raggiunsero anche l’America, che i geografi del tempo ritenevano essere la “terza India”. Equivoco che rimarrà anche dopo la scoperta di Colombo. I ritrovamenti archeologici e molti passi della letteratura latina parlano di nuove terre (o isole) ad ovest e provano che i Romani conoscevano bene cosa ci fosse al di là delle colonne d’Ercole. Un testimone attento del tempo, Plutarco, scrive che «a cinque giorni di navigazione dalla Britannia, verso occidente, ci sono isole e dietro di loro un continente»; e Plinio nota «che tutto l’Occidente al di fuori delle colonne d’Ercole è ormai osservato ed esplorato». Ma anche piante come il mais o l’ananas, la cui diffusione in Europa è fatta risalire alla scoperta dell’America, in realtà, come è ampiamente descritto nel volume, erano presenti nel Mediterraneo già in epoca romana. Nel volume vengono esaminate anche diverse culture che con il mare ebbero un rapporto importante, come quella babilonese (che è all’origine del calendario e del concetto di latitudine e longitudine), quella indiana (che nell’antichità sviluppa eccezionali strutture portuali ed estese i suoi commerci in tutto l’oceano Indiano) e quella polinesiana, che fece della navigazione la base della propria organizzazione sociale: tutte elaborarono in maniera molto simile la scienza della navigazione. I Romani non furono i soli a giungere nel Nuovo Continente: la genetica ha fornito prove della presenza in America dei Polinesiani, l’archeologia e la letteratura della presenza cinese ed indiana almeno duemila anni fa. Perché di tutto ciò non ci sono tracce prima di Cristoforo Colombo? Le rotte commerciali, spiega Elio Cadelo, erano segretissime e le mappe non venivano diffuse, avendo un enorme valore economico per i loro proprietari che potevano così avere l’esclusiva per importazioni di prodotti provenienti da terre sconosciute. E poi, come scrive nella sua prefazione l’astrofisico Giovanni F. Bignami, c’è il paradosso di Cristoforo Colombo: «L’importante, per avere il merito di una grande scoperta, è essere l’ultimo a farla, non il primo». Collaborazioni Al lavoro hanno collaborato astronomi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, storici del Consiglio Nazionale delle Ricerche, scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dell’ENEA, ammiragli e note personalità della scienza. Il volume è presentato dal professor Giovanni F. Bignami.

Elio Cadelo, giornalista, laureato in Scienze politiche, caporedattore e inviato speciale del Giornale Radio Rai per la Scienza e l’Ambiente. Ha lavorato al Corriere della sera, al Mattino, è stato collaboratore di Panorama, Scienza Duemila, Epoca. Autore e coautore di numerose pubblicazioni quali: Sette Nobel per un futuro (Teknos), Un rito, un diavolo, due culture (Storia e Medicina Popolare); ha curato per Marsilio Idea di Natura, 13 scienziati a confronto. Premio ENEA 1999 per la divulgazione scientifica, è stato membro del Gruppo di lavoro sulla Informazione e Comunicazione in Biotecnologia del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie della Presidenza del Consiglio. Giovanni F. Bignami, astrofisico, scopritore delle prime sorgenti gamma del cielo, ha proposto il metodo, ora seguito in tutto il mondo, per la loro interpretazione. Professore di Astronomia presso l’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, è stato Direttore Scientifico della Agenzia Spaziale Italiana, Direttore del Centre d’Etude Spatiale des Rayonnements del CNRS/Université de Toulouse (2003-2006), Presidente del Comitato Scientifico della ESA. È membro della International Astronautics Academy, dell’Accademia Europea e dell’ Accademia dei Lincei.
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Catenaccio » 09/11/2009, 2:51

"Quando i Romani andavano in America" ...prima di Colombo
martedì 13 ottobre 2009
di LENA STAMATI


Arriva in questi giorni in libreria la seconda edizione del saggio di Elio Cadelo, "Quando i Romani andavano in America", con la prefazione dell'astrofisico Giovanni Bignami, (Edizioni Palombi, p.310, 19 euro). La prima edizione è andata esaurita in soli due mesi così l'editore Palombi ha deciso di pubblicare una nuova edizione più ampia della precedente. Infatti, oltre ad un indice analitico e a nuove immagini alla nuova edizione sono state aggiunte nuove prove che confermano che i Romani visitarono l'America.

Il saggio, scritto da Elio Cadelo, caporedattore e inviato speciale del Giornale Radio Rai, affronta con rigore scientifico un tema che ha appassionato nei secoli. Furono, infatti, proprio gli antichi navigatori a misurare le proprie conoscenze scientifiche sfidando gli oceani per arricchire sia il loro sapere, sia i loro commerci.

Il saggio di Elio Cadelo si legge come un romanzo d'avventura: tutto d'un fiato. Capitolo dopo capitolo, si vedono crollare tutte le idee preconcette sull'antichità e anche gran parte delle nozioni scolastiche circa le conoscenze scientifiche del mondo antico.

Innanzi tutto, testi alla mano di Plinio, Cicerone, Plutarco, Lucrezio, Tolomeo, Seneca, Diodoro Siculo, e quant'altri, Cadelo spiega che gli antichi Romani, ma anche i Greci, gli Indiani ed i Babilonesi, erano al corrente che il mondo fosse una sfera che "galleggiava" nell'universo. E tutti, anche prima che Aristotele lo scrivesse, erano certi che si potesse raggiungere l'India navigando verso Ovest. Nella letteratura antica non c'è traccia della credenza di un mondo piatto.
Abbiamo incontrato Elio Cadelo e gli abbiamo posto alcune domande sul suo ultimo alvoro.

Come spiega il successo del suo libro?

Credo che alla base del successo di vendite ci siano due ragioni. La prima è che negli ultimi anni il mondo accademico sta affrontando il tema della navigazione nel mondo antico e di conseguenza anche delle scoperte geografiche dei Romani. Infatti, sono in corso diversi censimenti da parte degli archeologi. Uno riguarda la catalogazione delle monete romane scoperte in tutto il mondo. La seconda è quella della catalogazione delle diverse imbarcazioni nel mondo antico per conoscerne le capacità di navigazione. La seconda ragione sta nel fatto che di questo tema se ne è sempre parlato, ma non è stato mai approfondito. Il mio saggio affronta in maniera comprensibile anche per un vasto pubblico un tema spinoso e complesso che ridisegna tutta la storia dall'antichità ad oggi.

Lei, nel suo libro, sostiene che gli Antichi Romani scoprirono l'America, ma ne avevano i mezzi e le capacità?

Non, non è esatto. Il libro si intitola "Quando i Romani andavano in America" in quanto i Romani andarono e tornarono dal Nuovo Continente, ma non sapevano che si trattava di una nuova terra. Erano convinti che si trattasse delle coste orientali dell'India, errore che rimarrà fino a Colombo. Anche se molti scienziati Greci avevano teorizzato che tra l'India e l'Europa doveva esserci un continente che divideva l'oceano in due, i Romani, al contrario, erano conviti della veridicità di quanto affermato da Aristotele e cioè "che si potesse raggiungere l'India navigando verso Ovest".

E per quanto riguarda le loro capacità nautiche?

Recenti scavi archeologici hanno dimostrato che sia i Greci sia i Romani avevano navi foderate di piombo per
proteggerle dai molluschi che divorano il legno in mare. Questo dimostra che si trattava di navi che rimanevano per lungo tempo in mare e quindi dovevano avere una certa affidabilità. Inoltre tutti i popoli antichi possedevano carte stellari che in realtà erano carte nautiche che servivano per mantenere la rotta e carte geografiche molto affidabili.

Ma nell'antichità si pensava che il mondo fosse piatto...

E' un'affermazione priva di alcun fondamento. Non c'è traccia nella letteratura latina, ma anche in quella greca, di un mondo piatto, al contrario, Cicerone, Plinio, Tolomeo, Seneca, Strabone, Plutarco, Diodoro Siculo e Giulio Cesare, solo per citarne alcuni, erano certi che il mondo fosse sferico - che fosse una sfera perfetta - e che ruotasse intorno al Sole.
D'altro canto, spiegano molto bene che il giorno e la notte dipendono dal fenomeno di rotazione. Quello che è interessante sono invece le diverse spiegazioni date per comprendere il fatto che l'acqua degli oceani rimanesse allo stesso livello tutta intorno a questa "palla" che ruotava su se stessa nello spazio.

E le Colonne d'Ercole?

E' un altro mito che non ha alcun fondamento di verità. Per fare un esempio riportato nel libro, Giulio Cesare fece una importante battaglia navale contro i Veneti (cioè i Galli) in pieno oceano Atlantico al largo delle coste francesi. La descrizione è puntuale. La flotta romana era comandata dall'ammiraglio Bruto ed era forte di 240 navi, la flotta dei veneti era forte di 220 navi più grandi di quelle romane. Vinta la battaglia Cesare chiede rinforzi a Roma per conquistare la Britannia e da Roma gli viene inviata una flotta che trasportava due legioni, cavalli compresi. Tutto questo è descritto nel De Bello Gallico senza alcuna enfasi perché era cosa normale andare oltre lo stretto di Gibilterra.

Ma non furono i Romani i primo a superare le Colonne d'Ercole?

E' giusto. Le Colonne d'Ercole furono superate dai Fenici, dai Cartaginesi, dagli Etruschi, dai Greci, dagli Egiziani e così via. Insomma tutti i popoli che abitarono il Mediterraneo si spinsero, per curiosità o per necessità al di là delle Colonne d'Ercole. Non dobbiamo dimenticare che le coste Atlantiche dell'Europa erano abitate da popoli marinari ed i Veneti ne sono una prova.

Ma dalle coste dell'Europa all'America il viaggio è lungo.

Non tanto. Vede, i Romani avevano un porto commerciale in India, Arikamedu, dove ogni anno, in età Imperiale,
approdavano 150 navi mercantili scortate da navi militari romane. Sulla tomba di Augusto, a Largo Augusto Imperatore a Roma, è scritto: "Incrementò i traffici con l'India". Ma navi romane giunsero in Cina. Sappiamo che San Paolo andò in Cuna a predicare il Cristianesimo, e a Canton è stata trovata un'agenzia di cambio del II secolo d.C.. Sappiamo che navi romane giunsero in Indonesia dove si procuravano il pepe (che valeva più dell'oro) e spezie. Ma tracce della presenza romana sono state trovate in Corea, in Nuova Zelanda, e sappiamo che raggiunsero l'Australia.

Sì, ma l'America è lontana...

Certamente, ma vediamo cosa sappiamo ancora dei viaggi della marina Imperiale. E' certo che circumnavigarono l'Africa e a Nord sottomisero le Orcadi e si spinsero fino in Islanda. Tiberio, per esempio navigò con la sua flotta lungo tutto il mar Baltico. Sappiamo che avevano un porto alle Isole Fortunate (le Canarie) e a Madeira. Ora, dato che erano a conoscenza che il mondo è sferico e che navigando lungo un parallelo si deve giungere dalla parte opposta allo stesso luogo, cosa li doveva fermare?

Ma ci vogliono prove, non si può costruire una tesi solo con prove indiziarie.

Nel libro ci sono una quantità impressionante di prove, cominciando dalla copertina in cui è raffigurata una statua romana del III secolo con un ananas in mano. E rimanendo sull'ananas ne ho trovate raffigurate a Pompei, una a Roma, e così via. Insomma da sole sarebbero sufficienti a dimostrare che tra le due sponde ci furono contatti, anche se non continui.
Ci sono brani della letteratura del '500 in cui si parla del ritrovamento di tombe romane in America, e sono descritte puntualmente. Poi abbiamo la presenza del mais prima che Colombo lo importasse ufficialmente. Plinio ne parla e dice che era molto coltivato nella pianura Padana. Ma poi c'è la prova principale che è il planisfero di Claudio Tolomeo nel quale dimostrò che è rappresentata la costa del Sud America e che la città di Cattigara (che significa porto dei cinesi) era frequentato perché da lì si importava l'oro da tutto l'Oriente ma anche dal Mediterraneo ed è proprio Tolomeo a indicarci la rotta per giungere in America da quella parte.

Quindi, l'America era nota anche ad altri popoli antichi?

In conclusione si può dire che l'America era nota a tutti. I polinesiani ci andavano spesso ed hanno lasciato tracce genetiche evidenti ancor oggi. I cinesi e gli indiani la raggiunsero da Oriente, e da occidente sicuramente i Fenici, i Greci, i Cartaginesi e i Romani e forse anche dagli Etruschi. D'altro canto come avrebbe potuto l'Imperatore Giuliano affermare che "l'Oceano Atlantico è più grande del Mar Mediteranno, ma al pari di esso è stato completamente esplorato ed è sotto il dominio di Roma"?

http://www.agenziaradicale.com/index2.p ... =1&id=8971
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Romani in America?

Messaggioda Sandro Consolato » 31/01/2010, 10:48

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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Tommaso.ROMANO » 31/01/2010, 13:29

L'America? Altro che Colombo, la scoprirono i romani. Ecco le prove

di Luigi Mascheroni

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Secondo lo storico "eretico" Elio Cadelo, i romani, che possedevano ottime conoscenze nautiche, attraversarono l'Atlantico e arrivarono nel Nuovo Mondo, lasciando monete, tombe e persino una nave. E lo dimostrano anche "strani" passi della letteratura latina...

La scoperta dell'America non è soltanto l'esempio più eclatante di «serendipità», ossia il rinvenimento di qualcosa di imprevisto mentre si sta cercando qualcosa d'altro, come la "formula segreta" della Coca-Cola, saltata fuori mentre si stava preparando ricetta per uno sciroppo per la tosse; o come appunto il Nuovo Mondo, incocciato "per caso" mentre si stava esplorando una diversa via per le Indie. La scoperta dell'America - al di là della lezioncina da scuola elementare sul genovese Cristoforo Colombo, le tre caravelle e il 12 ottobre 1492... - è uno dei più grandi e affascinanti enigmi della Storia. Ma davvero Colombo fu il primo? Ma davvero ci arrivò «per caso», o «per sbaglio»? Ma davvero Colombo non sapeva dove stava andando e dove era arrivato? Ma davvero era genovese? E davvero era «soltanto» un navigatore?
Negli ultimi anni, storici e divulgatori hanno formulato - tra le più "eretiche" e anti-accademiche - le seguenti ipotesi: Colombo raggiunse l'America già nel 1485 in una missione segreta finanziata da Innocenzo VIII e Lorenzo de' Medici usando misteriose carte geografiche in possesso della Santa Sede (è la tesi dello studioso Ruggero Marino, basata sulla leggendaria mappa dell'ammiraglio turco Piri Re'is e l'anacronistica epigrafe sulla tomba del Papa); Colombo vi arrivò nel 1477 (per Marcello Staglieno il navigatore toccò il Labrador e Santo Domingo quando era imbarcato su una galea portoghese diretta in Islanda); Colombo era un frate laico francescano (per il quale la Chiesa ha avviato segretamente una causa di santificazione); era figlio illegittimo di papa Cybo; era un israelita che cercava nelle Indie una patria per gli ebrei iberici minacciati di espulsione (è la tesi di Simon Wiesenthal, il «cacciatore di nazisti»); era legato ai Templari dei quali sfruttò le segrete conoscenze scientifiche e astronomiche; usò una mappa rubata dal fratello Bartolomeo in Portogallo dall'Archivio segreto del regno; una flotta cinese toccò le coste del Nuovo Mondo nel 1421 (è l'ipotesi dell'inglese Gavin Menzies, secondo il quale alcune carte nautiche cinesi nel 1428 sarebbero arrivate nelle mani di Colombo prima di salpare per le «Indie»); e infine Colombo non era genovese ma, nell'ordine: provenzale, corso, galiziano, portoghese, greco, tedesco, piemontese, spagnolo (la querelle non è stata risolta neppure dall'esame del Dna delle ossa).
E oggi torna in auge anche un'altra "vecchia" ipotesi, quella secondo la quale antiche civiltà marinare toccarono il Nuovo Continente ben prima di Cristoforo Colombo, dai Fenici ai Vichingi (per i quali ultimi esistono prove documentali e archeologiche) fino ai romani, che lasciarono numerose tracce come monete, statuette, tombe e anche una nave. Nel suo nuovo saggio dal titolo «Quando i romani andavano in America. Scienza e conoscenza degli antichi navigatori» (Palombi&Partner), lo studioso Elio Cadelo sostiene che gli antichi romani possedevano ottime conoscenze in campo nautico e avevano anche navi adatte per attraversare l'oceano Atlantico. I Romani furono grandi navigatori: ad est commerciavano con l'India, la Cina e l'Indonesia: le loro esplorazioni raggiunsero e superarono la Nuova Zelanda; navigarono lungo le coste atlantiche dell'Europa fino alle Orcadi, l'Islanda e oltre. In Africa sono state trovate tracce della presenza romana nello Zimbabwe e lungo le coste orientali. Ma in età imperiale - ipotizza Cadelo - i marinai romani raggiunsero anche l'America, che i geografi del tempo ritenevano essere la «terza India». Equivoco che rimarrà anche dopo la scoperta di Colombo.
I ritrovamenti archeologici e molti passi della letteratura latina parlano di nuove terre (o isole) ad ovest e provano che i Romani conoscevano bene cosa ci fosse al di là delle colonne d'Ercole. Un testimone attento del tempo, Plutarco, scrive che «a cinque giorni di navigazione dalla Britannia, verso occidente, ci sono isole e dietro di loro un continente»; e Plinio nota «che tutto l'Occidente al di fuori delle colonne d'Ercole è ormai osservato ed esplorato». Ma anche piante come il mais o l'ananas, la cui diffusione in Europa è fatta risalire alla scoperta dell'America, in realtà - come è descritto nel volume - erano presenti nel Mediterraneo già in epoca romana.
Nel suo libro, Cadelo esamina anche diverse culture che con il mare ebbero un rapporto importante, e sostiene che i Romani non furono i soli a giungere nel Nuovo Continente: la genetica ha fornito prove della presenza in America dei Polinesiani, l'archeologia e la letteratura della presenza cinese ed indiana almeno duemila anni fa.
Ma perché - è questa la vera domanda - di tutto ciò non ci sono tracce prima di Cristoforo Colombo? Le rotte commerciali, spiega Elio Cadelo, erano segretissime e le mappe non venivano diffuse, avendo un enorme valore economico per i loro proprietari che potevano così avere l'esclusiva per importazioni di prodotti provenienti da terre sconosciute. E poi, come scrive nella sua prefazione l'astrofisico Giovanni F. Bignami, c'è il paradosso di Cristoforo Colombo: «L'importante, per avere il merito di una grande scoperta, è essere l'ultimo a farla, non il primo».


http://www.ilgiornale.it/cultura/lameri ... comments=1
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Tommaso.ROMANO » 31/01/2010, 13:38

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Gli antichi Romani, già nel II secolo d.C., erano riusciti a raggiungere le coste del Messico. Lo conferma una statuetta romana rinvenuta in una piramide azteca dei primi anni del 1500 che si trova nella valle di Toluca a circa 65 chilometri da Città del Messico. Il ritrovamento risale al 1933, ma è stato dichiarato autentico dagli studiosi soltanto di recente. Si presume che l'oggetto viaggiasse su una nave romana, partita dalle Canarie e giunta in America casualmente. È altrettanto probabile che la nave non sia mai tornata indietro. Lo stesso destino potrebbe essere toccato ad altre navi, non soltanto romane, ma di tutti quei popoli antichi che sono passati alla storia come grandi navigatori: Greci e Fenici.
Non tutti gli studiosi, però, sono d'accordo con questa tesi: un solo reperto romano prova poco: potrebbe essere stato portato da un “Conquistador” spagnolo come amuleto.


http://www.focus.it/domande_e_risposte/ ... erica.aspx
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Tommaso.ROMANO » 31/01/2010, 13:42

Romani in America

Nel giugno e agosto del 1886 alcune tempeste erosero una considerevole parte della spiaggia di Galveston Island, in Texas. Quanto restava di un antico relitto venne alla luce e ritrovato. Il Galveston Daily News nell’edizione del 9 Luglio 1886 riportò che: «la sua poppa, o ciò che si suppone possa essere la sua poppa, è assemblata in maniera tale da contraddire ogni ragionevole supposizione che appartenesse ad un vascello risalente almeno al 16° secolo. Essa venne costruita con la più solida e massiccia quercia di almeno sei o sette pollici di spessore e i pezzi poggiavano a forma di croce l’uno sull’ altro, assicurati con grossi chiodi di ferro , in maniera totalmente diversa dai dettami dell’ attuale ingegneria navale».
Quella nave certamente non era stata costruita dai nativi americani ed essendo molto antica lasciava irrisolti un’infinita serie di interrogativi. Interrogativi che hanno negli anni riportato a galla l’annosa
questione di possibili contatti transoceanici tra l’America e il Vecchio Mondo in epoche di molto antecedenti la colonizzazione europea ad opera degli spagnoli.
Di questa scoperta si è occupato il professor Valentine Belfiglio della Texas Woman's University, pluripremiato studioso. Belfiglio, è certo che il relitto sia quello di una nave romana sbarcata nelle Americhe intorno al IV secolo d.C. Il contatto sarebbe avvenuto accidentalmente, in quanto il mercantile sarebbe naufragato sulle coste del Texas trasportato dalle correnti oceaniche, forse durante un viaggio con destinazione Canarie. Negli anni il professor Belfiglio ha accumulato indizi probatori che non si limitano ai resti del natante ma che investono anche la linguistica, la numismatica e l’archeologia. Indizi che aiutano a costruire una tesi, quella degli antichi romani in Texas, oggi sempre più solida. Dunque, davvero l’equipaggio di una nave romana toccò terra per venire a contatto con una tribù oggi estinta? Belfiglio ne è certo e l’intervista che segue è la cronaca della sua interessante e inedita (in Italia) ricerca.

Valentine Belfiglio: «Il ritrovamento di artefatti Romani datati prima del IV sec. d.C. e la somiglianza di molte parole della tribù nativa dei Karankawan con quelle latine offrono evidenze circostanziali dello sbarco di un gruppo di romani nel sud-est del Texas nel IV secolo».


O.C.: Nel suo articolo "Circumstantial Evidence in Support of an Encounter Between Indian Texans and Ancient Romans" lei ha scritto che Caio Giulio Cesare nel De Bello Gallico, Libro III, descrisse una nave simile a quella naufragata a Galveston, ma Cesare si riferiva a una nave dei veneti non romana. Cosa ci può dire in proposito?


V.B.: «Il mio scopo nel riportare la descrizione di una nave dei veneti fatta da Cesare è stato quello di dimostrare che i pragmatici romani adottarono le abilità tecniche di costruzione navale di altri popoli adattandole alle proprie navi commerciali e da guerra. Precedentemente la Prima Guerra Punica, i romani non avevano una tradizione marinara. Polibio ci dice che usarono una nave cartaginese tirata a riva come progetto per la costruzione di una flotta. Lo stesso Cesare comprese, nel corso della sua prima ricognizione in Britannia, che le sue navi erano inadeguate a navigare in alto mare. Egli ordinò una migliore versione delle galee che descrisse nella sua seconda campagna contro i britanni (De Bello Gallico). Le navi usate da Agrippa durante la battaglia di Azio nel 31 a.C. erano molto più evolute tecnicamente di quelle usate da Cesare. Anche le navi mercantili continuarono ad evolversi, diventando più robuste delle galee usate in battaglia. E' mia convinzione che i romani usarono disegni di navi dei veneti per effettuare e apportare migliorie nelle loro navi commerciali. A dimostrazione di ciò, potrebbe essere dilettevole leggere Luciano, Navigium,5-6. Verrete a sapere che la soluzione per trasportare grandi quantità di carico comportò l’uso di navi mercantili di stazza superiore al normale, a cominciare parzialmente intorno alla metà del II sec. d.C. Dal IV sec. d.C. le navi dei veneti furono lo stimolo per le successive evoluzioni di navi mercantili descritte da Luciano e altri tardi scrittori».

O.C.: Barto Arnold del Texas Historical Commission ha affermato che la descrizione da Lei fatta della nave romana non gli, "suona" come tale. Il Dr. Fred Hocker del Nautical Archeological, Texas A&M afferma di non riconoscere la tecnica di costruzione della nave romana da Lei citata (anche se ammette che i vascelli romani erano capaci di navigare nell’Oceano.)


V.B.: «Si riferivano alle galee romane che furono il più comune mezzo di trasporto navale. Questo tipo di nave era idoneo a navigare nel Mediterraneo dove le tempeste sono relativamente miti. Un adattamento del modello di nave dei Veneti sarebbe stato molto più indicato per affrontare gli infidi mari oltre lo Stretto di Gibilterra. Ecco perché le navi di questa tribù celtica furono scrupolosamente descritte nel De Bello Gallico. Ricordi che i costruttori navali romani ebbero più di 300 anni dopo l’era di Cesare per ridisegnare e sperimentare i vascelli dei Veneti prima del probabile e non registrato viaggio verso il Texas».


O.C.: Questi romani sbarcarono in Texas a seguito di un tragico naufragio o avevano il Texas nei loro itinerari marittimi?


V.B.: «I romani erano pratici iniziarono a navigare per due scopi principali. Il primo fu quello di trasporto truppe o per battaglie navali. Il secondo era di natura commerciale. Studi condotti da Cary e Warmington (1929) provano che dal 200 d.C. i marinai romani attraversarono lo Stretto di Gibilterra e visitarono le Isole Canarie (Canaria) e Madeira (Purpuriarae). Una nave romana potrebbe aver attraversato lo Stretto ed essere portata fuori rotta dalle correnti Nord e Sud Equatoriali delle Canarie fino alle coste del Golfo del Texas. Niente nelle mie ricerche indica che i romani avevano il Texas nei loro itinerari. Devono essere stati sbattuti fuori rotta da una violenta tempesta e trasportati dalle predette correnti equatoriali fino al Golfo del Messico. Il relitto della nave ritrovato nell’isola di Galveston assomiglia molto più ad una nave mercantile piuttosto che ad una galea da guerra,


O.C.: L’equipaggio di una nave mercantile romana era composto da greci, fenici, egiziani, ecc., ben pochi dovevano essere i romani a bordo della nave naufragata a Galveston.


V.B.: «Le fonti che ho consultato non mi hanno dato indicazione circa la nazionalità dell’equipaggio. Nel IV sec. d.C. la Grecia, la Fenicia e l’Egitto erano Province dell’impero e quindi l’equipaggio potrebbe essere stato composto da cittadini romani o sudditi dell’impero a prescindere dalla loro nazionalità. Ricordiamoci che due tra i più grandi imperatori Romani, Traiano e Adriano, nacquero in una Spagna completamente romanizzata».



O.C.: Nell’isola di Galveston vennero anche scoperte travi di legno di un ponte apparentemente molto antico. Può essere ingegneria romana?


V.B.: «Nel 1915 durante dei lavori nell’Isola di Galveston alcuni operai scoprirono pesanti travi di legno di un ponte nella zona centro-nord dell'isola. Queste travi erano piantate lì da tanto tempo che la terra si era accumulata su di esse di almeno di 4 metri e mezzo. Questo potrebbe far risalire la costruzione del ponte ad un periodo antico. Gli indiani Karankawas, che vivevano nell’area, non avevano la necessaria abilità tecnologica per costruire una simile struttura, ma i proprio i romani potrebbero aver costruito questo ponte in quel punto».


O.C.: Per quale motivo lo avrebbero fatto?


V.B.: «E' impossibile stabilire perchè i Romani costruirono questo ponte. Posso ipotizzare che essi intendessero attraversare uno dei molti canali che si trovano sull’isola, nello specifico quello tra Galveston Island e Pelican Island, ma, ripeto, non ci può essere nessuna certezza circa le loro intenzioni».


O.C.: Ci parli ora dell'incontro tra i Romani e gli indiani Karankawa.


V.B.: «I Karankawa vivevano nella striscia di isole lungo la costa del Texas orientale a ovest di Matagorda Baye nella terraferma di fronte ad esse. E' probabile che i romani li incontrarono nelle vicinanze o forse durante una battuta di caccia che gli stessi indiani intraprendevano lontano dal loro territorio. L'isola di San Josè (St. Joseph) era una delle isole dove i Karankawa vivevano e appare logico supporre che i superstiti dal naufragio, stranieri in terra straniera, cercarono aiuto e una guida dai soli nativi incontrati, seguendoli fino alla predetta isola. Le fonti da me consultate non mi hanno dato indicazioni circa la natura pacifica o meno dell'incontro tra i romani e i Karankawan. Tuttavia, esaminando le relazioni pervenute sugli incontri tra i nativi americani e gli europei durante
le spedizioni di Cristoforo Colombo, si evidenzia un iniziale reazione di reciproco stupore da parte di entrambi e una successiva collaborazione spesso sfociata in un progressivo peggioramento dei rapporti. Credo che ciò possa essere accaduto anche nell’incontro tra romani e Karankawan anche perchè, se sono nel giusto, i resti della nave mercantile implica il fatto che i naufraghi erano mercanti e non guerrieri. Posso ipotizzare un iniziale reciproco scambio di doni e successivi "matrimoni" misti giacché le similarità scoperte tra il latino e la lingua dei Karankawan dimostrano inequivocabilmente una forte interazione culturale».


O.C.: Nell'articolo pubblicato su South Texas Studies afferma che un gruppo di romani potrebbe aver navigato dall’isola di St. Joseph verso Matagorda Bay e risalito il fiume Colorado a bordo di barche o a piedi fino a un punto vicino l’attuale Round Rock. Un altro gruppo potrebbe aver risalito il fiume Thinità da Galveston Bay fino a nord dell'attuale Houston? Quale fu la loro sorte?


V.B.: «Possiamo solo supporre che volessero cercare un posto migliore per stabilire una colonia permanente o siano partiti alla ricerca di qualche vena d’oro e altre ricchezze o cercassero il contatto con altri popoli più civilizzati dei Karankawa. Quale fu la sorta di questi avventurosi esploratori? E' difficile stabilirlo anche alla luce dei pericoli che sicuramente dovettero affrontare: tribù ostili, animali feroci e altre insidie naturali di un territorio a loro del tutto sconosciuto. Mi sembra molto più logico ipotizzare che la gran parte dei Romani rimase con i Karankawa della costa, unendosi con donne della tribù».


O.C.: Ho letto che i Karankawa, oggi estinti, erano fisicamente differenti dalle altre tribù. Potrebbe essere il risultato di unioni tra le donne di questa tribù e i Romani di Galveston?


V.B.: «In una lettera datata 30 ottobre 1888, Alice W Oliver descrive i Karamkawa come un mix di caratteristiche somatiche amerinde e caucasiche. La Signora Oliver visse in un insediamento di questi indiani per molti anni dal 1838, e scrisse che "gli uomini erano molto alti, magnificamente formati fisicamente. Non avevano una carnagione molto scura e molti di loro avevano lineamenti delicati e, senza eccezione, splendidi denti. La descrizione contrasta abbastanza quella di altre
tribù indiane che vivevano nel Texas come i Comanches, Apaches, ecc. Credo che gli antenati della gente descritta dalla Signora Oliver nel 1838 erano di sangue misto Indiano e Romano».


O.C.: Ci parli delle si milarità tra il Latino e la lingua dei Karankawa.

V.B.: «Molte parole karankawan e latine sono piuttosto simili. I Karankawas potrebbero essere stati introdotti al latino o al Vulgaris, poiché credo che pochi marinai romani conoscessero il latino classico. Come la lingue italiana, spagnola, portoghese e romena derivano dal latino così anche quella dei Karankawa potrebbe averne subito gli influssi per poter permettere a questi indiani e ai romani di poter comunicare l’uno con l’altro. I Karankawan vennero linguisticamente associati alle tribù confinanti del Texas meridionale, a loro volta associate, sempre linguisticamente, a lingue neolatine. La tabella che invio offre una selezione di dieci parole Karankawa simili nel significato o nella pronuncia al latino e deriva dai miei studi sulla similarità delle due lingue. Da considerare ciò che viene descritto, nel 1740, da Santa Ana a proposito delle lingue Indiane presenti nelle cinque missioni del Collegio de la Santa Cruz che si affacciava sul fiume San Antonio: "Ci sono quattro lingue che sono le più comuni. Per comporre la lingua di questo più grande gruppo è necessario articolare l’alfabeto alla maniera degli Italiani... Essa è ampia e bella ed è interamente pronunciabile con lo stesso accento degli Spagnoli. Santa Ana qui fa una comparazione tra la lingua Karankawa e le lingue neolatine».


O.C.: E' possibile che questa similarità derivi dall’incontro e dalla successiva interazione che i Karankawa ebbero con gli spagnoli di Cabeza de Vaca naufragati sull’Isola di Galveston nel XVI sec. e ''ufficialmente" accreditati come i primi europei ad aver avuto dei contatti con questi Indiani?


V.B.: «La similarità tra le lingue neolattine e quella dei Karankawa venne riscontrata già dai primi esploratori spagnoli, perciò è probabile che l’influenza latina era precedente all’arrivo di Cabeza de Vaca. I primi esploratori spagnoli dovrebbero aver notarono una risonanza tra il latino e il karankawa, prima dell'insegnamento dello spagnolo ai nativi».




O.C.: Nell’articolo pubblicato sul South Texas Studies ha scritto che due divinità dei Karankawas, Mel e Pichini potrebbero corrispondere agli dei romani Picumnus e Pilumnus.


V.B.: «Sia i Karankawan che i Romani erano politeisti. Come nel caso di Picumnus e Pilumnus, Mel e Pichini furono spiriti della fertilità e dei raccolti. In materia di religione, i Romani come i Karankawan credevano nel soprannaturale, identificato dai Romani nei Numi e dai Karankawan nei Haijah. Per i romani la Luna rappresentava Diana, la dea della caccia e sembra che i Karankawan condividessero questa visione. Sia i Romani che i Karankawa attribuirono qualità spirituali alla Luna. Il riferimento alla caccia è evidente poiché il concetto di "luna del cacciatore" (la luna piena dopo la luna del raccolto) esiste tutt’ora».



O.C.: Può parlarmi della moneta romane di St. Joseph Island?


V.B.: «Nell'Agosto e Settembre 1993, con tre altre persone, il linguista Ellie Kamron e gli studenti Kevin and Andy Navid, esplorammo l’isola di St. Joseph alla ricerca di artefatti romani. Le tre persone che mi accompagnarono erano interessate al mio progetto. Nel rapporto della spedizione; datato 10 settembre 1993, che inviai a J. Barto Arnold III, dello State Marine Archeologist State of Texas, si legge: "Un’autentica moneta romana venne dissotterrata a 8 pollici sotto la superficie, 25 piedi dalla riva, sulla spiaggia di fronte al Golfo del Messico nella zona sud-est dell’isola. La scoperta venne fatta il 5 settembre del 1993 alle ore 10.35 da Kamron che identificò la lingua dell’ iscrizione sulla moneta come latino. La somiglianza e l’iscrizione stessa indicano che venne coniata durata il regno di Traiano (AD. 98-117). La moneta sembra essere d’argento"».


O.C.: La moneta è stata autentificata?


V.B.: «Sì. L’ho identificata come autentica. Essendo stata trovata ad una certa profondità posso ipotizzare che si trovasse là da molto tempo. La moneta recava l’effige di Traiano e quindi fu coniata tra il 98 e il 17 d.C. ma non so se avesse ancora corso legale all’epoca del naufragio. Tuttavia, era d’argento e ciò potrebbe averla resa preziosa nel corso della storia dell'Impero. Ora è al sicuro in una cassetta di sicurezza della mia banca. Un’altra moneta, un follis, fu scoperta, da un certo Duckworth, intorno al 1970 nelle dune sabbiose difronte all’Oceano. Coniata nel 270-73 d.C. nella Gallia meridionale reca l’effige di Tetricus II »


O.C.: Esiste un’altra moneta romana trovata in un mound indiano, vicino la città di Round Rock, nel Texas, giusto?


V.B.: «Sì. La scoperta è avvenuta nel 1964 ed è particolarmente importante. Si tratta di una moneta romana, coniata tra il 313 e il 314 d.C., ritrovata un metro circa sotto la superficie di un fino ad allora intatto mound indiano, datato all’incirca 800 d.C., accanto ai resti di un nativo americano. Il terreno dell’area attorno al sito è roccioso, gli oggetti metallici non affondano profondamente nel suolo perfino dopo molti anni e i roditori non scavano in profondità per la presenza di roccia, perciò la moneta deve essere stata intenzionalmente o accidentalmente sepolta nel mound durante il periodo pre-colombiano. Le antiche popolazioni indiane del Texas costruirono queste colline sopra una sepoltura. La zona comprendente l’odierna città di Round Rock era situata nell’area di caccia e pesca dei Karankawa.
Il Dallas Morning News si occupò della scoperta nel dicembre del 1976 con due articoli. In uno viene riportata la descrizione della moneta fatta dal prof Epstein: “il reperto che ha le dimensioni di una moneta d’argento da dieci centesimi di dollaro, mostra l’effige di un giovane imperatore che indossa una corona d’alloro, una corazza e un mantello. Le iscrizioni si riferiscono all’Imperatore Costantino e al suo figlio Augusto e all’invincibile Sole compagno dell’Imeratore”


O.C.: C’è l'assoluta certezza che il ritrovamento di questa moneta romana non sia uno scherzo?


V.B.: «La certezza proviene da un eminente antropologo, Jeremiah F. Epstein. Vi è una fonte meno certa, ma che supporta la scoperta, da parte di Patsy Watkins »


O.C.: Un articolo di Jeremiah Epstein su Current Anthropology affermava che la moneta romana fu lasciata sulla superficie del mound in tempi post-colombiani e franò all’interno per l’azione di roditori e radici di alberi. Lei, afferma però il contrario.


V.B.: «La discussione riguardo l’articolo di Epstein fa ovviamente parte del lavoro stesso. Ho visitato il sito di Round Rock, in quanto mi posi le sue stesse domande. Il suolo attorno al sito in questione è realmente estremamente roccioso. La moneta, quindi, deve essere stata intenzionalmente o accidentalmente deposta nel mound in epoca pre-Colombiana e coloro che la pensano diversamente potrebbero non aver mai visitato il sito. Fu dopo aver letto l’articolo di Epstein, pubblicato nel 1980, che mi venne in mente di iniziare il mio lavoro di ricerca effettuando spedizioni condotte nel 1992 e 1993. Lei ed io siamo perfettamente consci delle difficoltà di portare alla luce accurate e attendibili prove di ricostruzione di eventi storici e tutte le nuove innovazioni storiche sono soggette a scetticismo e alla sfida. È stato e sempre sarà così. Il mio compito è quello di esplorare e trarre conclusioni sull’accaduto».


O.C.: Dunque i romani conoscevano l’esistenza del continente americano?

«La mia ricerca non è finalizzata alla conoscenza o meno dell’America da parte dei Romani. La mia supposizione è che la nave mercantile romana fu spinta fuori rotta da una tempesta, arrivando nel sud-est del Texas».


O.C.: Qual’è l'opinione degli studiosi americani circa la sua teoria?


V.B.: «Non ho avuto molte reazioni dagli studiosi americani. Molti di loro sono indifferenti al mio lavoro, non hanno abbastanza conoscenza o coraggio per mettere in dubbio le mie conclusioni. Ecco perché è importante per me veder pubblicato il mio lavoro in Italia così che un sincero, significativo confronto possa aver luogo» .


Non è la prima volta, e non sarà certamente l’ultima, che si parla di tracce lasciate da antichi romani sul suolo americano in epoche pre-colombiane.
Nel caso specifico, come abbiamo visto si tratterebbe "soltanto" del naufragio di una nave proveniente da una zona dell’Impero Romano e non la tragica fine di un volontario contatto transoceanico, come ha precisato il prof. Belfiglio. Le prove che porta a conforto della sua tesi non hanno trovato credito tra gli studiosi "ortodossi" e ciò non meraviglia affatto essendo tale reazione quasi da copione per ciò che concerne situazioni fuori dagli schemi ufficiali della storia.
Il Prof. Belfiglio non è "un dilettante allo sbaraglio" svegliatosi la mattina con in testa la bizzarra idea di dimostrare la presenza di naufraghi romani sulle coste sud-orientali del Texas, ma un serio studioso, in possesso di una dignità professionale di tutto rispetto che, certamente, non avrebbe mai messo a repentaglio se non sicuro di proporre una teoria che egli stesso, umilmente, vorrebbe confrontare in special modo con chi rifiuta a priori ogni dialogo considerando assurdo quanto affermato dal loro collega. Ma è così assurdo quanto acclarato dal professore italo-americano? Esaminando i documenti portati da Belfiglio a corredo dell’intervista, si possono notare delle assonanze di interpretazione della vicenda che depongono a suo favore.
Il prof. Epstein non esclude affatto che una nave romana possa essere naufragata sulle coste texane con un carico di monete, e possa essere stata abbandonata dal suo equipaggio con un susseguente commercio di quegli strani oggetti rotondi da parte dei nativi indiani. Orbene, che cosa afferma il prof. Belfiglio se non la possibilità che una nave romana portata fuori rotta da una tempesta sia naufragata sulle coste texane? .


http://www.indianiamericani.it/news.php ... erica.html
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda nhmem » 02/02/2010, 0:22

Qualcuno ha letto il libro?
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Prius » 08/02/2010, 21:53

nhmem ha scritto:Qualcuno ha letto il libro?

Io ne ho letta circa la metà delle pagine.
Non si può dire che questo lavoro presenti una scoperta di fondo o proponga una qualche tesi verificabile. Semplicemente l'Autore riporta qualche indizio, alcune considerazioni e delle fotografie di statue e mosaici romani che raffigurano cose che riteniamo non dovessero essere note al tempo. La tesi di fondo non è peregrina, ma certamente ancora tutta da dimostrare.
Aspetto di leggere l'altra metà per emettere un giudizio più circostanziato.
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda nhmem » 08/02/2010, 22:30

Grazie Prius.
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Re: Non fu Colombo a scoprire l'America ma i romani

Messaggioda Tommaso.ROMANO » 19/02/2010, 14:26

Programma Planetario di Roma
ore 12.30
presentazione del libro Quando i Romani andavano in America
di Elio Cadelo
Ediotre Palombi.

Saranno ospiti Luigi Fozzati, Sovrintendente ai Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia e Claudio Mocchegiani Carpano, Docente di Archeologia Subacquea all’Università di Napoli, che insieme all’autore Elio Cadelo, inviato speciale del GR RAI per la Scienza e l’Ambiente, racconteranno le conoscenze marinare degli antichi Romani, le testimonianze ereditate e la scienza della navigazione dell’epoca.
L’appuntamento è preceduto da un preludio celeste sotto la cupola dedicato alle stelle degli antichi naviganti, prodotto dallo staff del Planetario e Museo Astronomico.


http://www.planetarioroma.it/mostre_ed_ ... io_di_roma
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