Le provocazioni dei Gyalpo

Tradizioni asiatiche di ieri e di oggi

Re: Le provocazioni dei Gyalpo

Messaggiodi Tommaso.ROMANO » 09/03/2010, 20:44

Grazie Satyricon.


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Centro Studi Tibetani Sangye Cioeling
Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama



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Bodhgaya 8.01.10 mattino
Insegnamenti di S.S. il Dalai Lama


Insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama a Bodhgaya, India 8 gennaio 2010. Quarto giorno, mattino.

Recitazione del sutra del cuore in inglese.

Terminiamo oggi la trasmissione orale della “Lampada sul sentiero”.

E’ chiaro che Atisha praticava il tantra. Dal momento che nella “Lampada” troviamo questo verso che indica cosa è giusto e cosa non è giusto fare durante le iniziazioni, questa è un’altra indicazione che il grande Atisha praticava il tantra supremo. Dunque, per prima cosa, prima di entrare nella pratica del tantra, bisogna riceverne l’iniziazione, altrimenti, qualunque pratica che si fa, oltre a non portare a nessun risultato, è anche pericolosa.

ABOLIRE LA PRATICA DI SHUGDEN

Voglio chiarificare per quanto riguarda la pratica di Shugden. All’inizio era una divinità che era considerata come il promotore della tradizione di Manjusri, Je Tsong Khapa. Anch’io la praticavo all’inizio. Poi, gradualmente, ho analizzato le circostanze di questa deità. Anche senza andare nei dettagli, questa storia cominciò al tempo del 5° Dalai Lama. Questa cosiddetto protettore sorse al tempo del 5° Dalai Lama in circostanze un po’ oscure. Anche il quinto Dalai Lama scrisse un po’ di versi di propiziazione. Il 5° Dalai Lama compose anche insegnamenti dei 13 volumi ottenuti mediante le visioni sacre. In questi viene menzionato Tulku Dragpa Gyaltsen, che, per qualche ragione ebbe la fortuna di essere riconosciuto come la reincarnazione di quel lama, anche se non ne era la vera reincarnazione. Sua Santità sta commentando le parole contenute nei testi che parlano di Tulku Dragpa Gyaltsen. Per circostanze strane fu riconosciuto quello sbagliato. La madre di questo Tulku era una persona influente in quella zona, manipolò certe situazioni e riuscì a fare riconoscere suo figlio come la reincarnazione di questo Lama. Qualcosa andò male e, a causa delle sue preghiere negative, rinacque come uno spirito della classe dei ta si. Dopo questo, il 5° Dalai Lama scrisse delle preghiere in cui invoca Mahakala e altre divinità, in questa preghiera descrisse colui che pretendeva essere, che pretendeva d’essere qualcuno che mantiene i suoi samaya (i voti iniziatici), ma che invece non lo fa e che danneggia gli esseri senzienti, il Dharma. È un’invocazione per la protezione degli esseri e di distruzione di questo spirito. Anche se era non la vera reincarnazione di Tulku Dragpa Gyaltsen, si pensa che si travestì da questa persona. Per quanto riguarda il suo sorgere, sorse da preghiere negative. Questo spirito della classe dei tam si andò a Tashi Lumpo, ma fu fermato da protettori di Tashi Lumpo e non riuscì ad entrare, per cui si spostò verso Sakya. Un Lama Sakya gli chiese chi fosse, e lui disse: “sono uno spirito tam si Ghelupa”. Per cui nacque da preghiere sbagliate e diventò uno spirito negativo. La sua funzione e la sua attività era quello di danneggiare il Dharma e gli esseri senzienti. Per questo il 5° Dalai Lama chiese alle altre divinità di neutralizzarlo. Ho trovato questo testo, che appunto ne parla, nelle opere del 5° Dalai Lama. In quel momento egli sapeva bene qual era la situazione d questo spirito. Nono dimentichiamo che il 5° Dalai Lama era la reincarnazione di Trison Detsen, benedetto da Guru Padhmasambhava stesso. Il 5° Dalai Lama era uno studioso in tutti i capi della conoscenza sia nella realtà convenzionale che ultima. Era un grande praticante, che aveva una visione pura e si dimostrò particolarmente avveduto anche per quanto riguarda le funzioni amministrative di governo. Per cui queste asserzioni del V Dalai Lama possono essere contrastate solamente da qualcuno che ha le sue stesse realizzazioni. Ne deriva che quanto da lui asserito è giusto, non posso assolutamente contrappormi. Per cui, dopo aver ricercato bene, personalmente non ho più praticato Shugden. All’inizio non ho detto pubblicamente di non propiziarlo, però sono successe delle cose a Ganden che hanno fatto sorgere in merito parecchi problemi e difficoltà.

Parlai perciò col precedente detentore del trono di Lama Tsong Khapa, che si consigliò con Triciang Rinpoche che disse che c’erano dei conflitti tra i protettori di Panden Lhamo. Il monastero mi disse qualcosa, per cui feci anch’io delle divinazioni: il responso era che i problemi erano causati tra dissensi tra le divinità protettrici. Il risultato fu che c’erano problemi di questo tipo e la ragione era anche che il Kamtzen propiziava questa divinità. Scrissi perciò una lettera al monastero, ma quando ne incontrai la direzione, disse loro che, in realtà, anche se non l’avevo scritto chiaramente, dal momento che propiziate Shugden, allora Panden Lamo ne aveva avuto a male. Per cui consiglia di fare puje a Panden Lhamo per compiacerlo. Poi nel ‘97 alcune persone praticanti di Shugden uccisero tre persone a Dharamasala: 2 traduttori di cinese ed il direttore di centro di dialettico. La polizia investigò, e trovo che due persone che propiziavano questa divinità avevano commesso questo omicidio. Alcune di queste persone che hanno ucciso questi monaci sono ancora nascoste. Per cui, a quel punto, ho detto alla gente di non praticare più. Non perché stavo praticando gli insegnamenti Nymapa, o ho dei pregiudizi nei confronti di Shugden, solamente perché le mie ricerche mi hanno portato a questa realtà, a questa conclusione. E’ lasciata completamente alla libertà individuale la facoltà di propiziare o meno questa divinità, ma se fra di voi c’è qualcuno che fa questa pratica è mio compito dirvi di non farlo. Sarebbe un mio errore non dirvelo, ma sta a voi decidere di propiziare o meno questo spirito. Però, se voi continuate a propiziare questo spirito, nei giorni precedenti ho dato insegnamenti generali, ma oggi non faccio un discorso generale, c’è la pratica dei voti e l’iniziazione di Cenresig. Per cui, se volete ricevere questi voti, coloro che vogliono propiziare questo spirito devono abbandonarlo. Quello che vi ho detto è sulla base delle mie ricerche. So che la maggior parte di voi segue i miei consigli, sono molto contento e vi ringrazio per aver fatto così. Voglio anche ringraziare i grandi monasteri che hanno seguito i miei consigli. E anche tra i cinesi alcuni propiziano questo doghien e, tra questi, coloro che lo propiziano sembrano sostenuti dal governo cinese. Dal momento che il Dalai Lama fa restrizioni su questa pratica, ecco che il governo cinese sostiene coloro che lo propiziano. Anche persone che hanno smesso di propiziarlo sono stati spinte dai cinesi a riprendere questo culto. Per cui vorrei dire ai cinesi miei fratelli e sorelle il perché ho obiezioni su questa pratica. Poi dovete anche sapere la situazione generale e capire perché faccio delle obiezioni a questa pratica. Io non sono settario, sono un seguace del Buddha. E per noi che seguiamo la tradizione tibetano non va bene avere confitti settari tra gli uni e gli altri. Tra i Ghelupa che propiziano ancora questo spirito, c’è chi dice che, anche il solo fatto tenere in casa testi Nymapa o di Guru Rinpoche porta sfortuna e sventure. C’erano dei Lama che avevano propiziato questo spirito ed avevano fatti vasi della ricchezza. Una volta che ricevevano questi vasi della ricchezza, se avevano testi Nymapa li toglievano. C’è stato un punto della mia vita che ho desiderato ricevere un particolare insegnamento Nymapa e quando ho consultato Trichang Rinpoce, mi disse di stare attento: forse anche lui aveva paura che Dorghie mi danneggiasse. Per cui, dopo che ho smesso di praticare questo spirito, me ne sono liberato e posso praticare ciò che voglio. Questa pratica è contro la libertà religiosa, propiziare questo spirito non è pratica di Dharma, ma solamente una pratica demoniaca. Ci sono protettori menzionati nel Kangyur e nel Tengyur, ma non ‘è nessuna menzione di propiziazione di spiriti mondani. Se lo propizierete, allora perderete la vostra pratica del rifugio. Anche il 13° Dalai Lama disse a Paponka Rinpoche di smettere di fare questa pratica. Naturalmente Paponka Rimoche era un grandissimo maestro del Lam Rim, di Heruka. Anche Paponka Rinpoche, se leggete la sua biografia, ha continuato questa pratica perche era impaurito da questo spirito. Sembra che Paponka Rinpoche non avesse investigato profondamente questo spirito. Alcune persone dicono che ho espresso queste obiezioni dopo che i miei due maestri se ne sono andati. Non è così. Anche quando erano vivi avevo riportato loro questi problemi e mi dissero che le mie osservazioni erano esatte e che facevo bene a comportarmi in quel modo, che il modo in con avevo fatto queste investigazioni era infallibile e ci devono essere ragioni per questo. Alcuni dicono che io ho fatto tutto ciò dopo che se ne sono andati, ma non è vero niente.

IL VERO RIFUGIO È LA PRATICA DEL DHARMA

Allora, per quanto concerne l’iniziazione, sarebbe ottimo che chi prende l’iniziazione sia un monaco o monaca. O in presenza dell’assemblea del Sangha dei monaci, delle monache e dei praticanti laici. Ho visto un commentario sul compendio di tutti i sutra in cui si dice che il pensiero di Aryadeva e di Nagarjuna convergeva nello stesso punto per quanto riguarda questo. La cosa migliora per i laici è che ricevano i voti del praticante laico, colui che ricerca la virtù, o che è vicino alla virtù. C’è anche un modo di ricevere questi voti da laico, col voto di celibato senza bisogno di diventare monaco. Per esempio, il grande maestro Drongtompa era un maestro laico celibe.

Potete prendere anche solo i classici cinque voti da praticante laico:

1. Non uccidere.
2. Non prendere ciò che non viene dato.
3. Non mentire.
4. Non assumere intossicanti.
5. Non tenere una condotta sessuale impropria.

Il vero Rifugio è la pratica del Dharma. In particolare: la verità della cessazione e del sentiero. Tutte le pratiche conducono alla cessazione, come l’abbandono delle azioni negative, come il non uccidere, non rubare e così via. Alla fine, conducono all’eliminazione totale delle sofferenze e della sua radice. Per cui, quando si parla in generale dell’arya Sanga, s’intendono coloro che già sono progrediti nel sentiero. Ne deriva che, per noi che siamo buddhisti, il Rifugio è composto da questi tre:

1. il Buddha
2. il Dharma
3. il Sangha

Per poter eliminare le negatività della mente, per pulire la mente dalle negatività e purificarla, ecco che si prende rifugio, sulla base della pratica di rifugio, osservando questi voti, ci addestreremo nella pratica del praticante laico che imbocca la via della virtù: quella mente che vuole liberarsi dall’esistenza condizionata ed ottenere la liberazione. Dal momento che stiamo prendendo l’iniziazione, il motivo non è solamente per liberare se stessi dall’esistenza condizionata, ma per poter ottenere lo stato di Buddha.

Come gli arhat nel passato avevano preso questi voti e si erano impegnati in queste pratiche, penaste adesso anch’io come loro farò così. Generate una forte motivazione di mantenere e praticare questi voti. Per quanto riguarda i Voti del Bodhisattva, ci vuole molto tempo per generare bodhicitta, bisogna coltivarla e praticarla per un lungo periodo di tempo. Perciò prima faccio la cerimonia della bodhicita dell’aspirazione: per coloro che desiderano generare bodhicitta. Nel processo preliminare dell’iniziazione facciamo prima la cerimonia di bodhicita dell’aspirazione, corrispondente al momento i cui si prendono i voti.

IL MANTRA SEGRETO

Quando si parla di sentiero del vajra, del mantra segreto: cosa s’intende? Qual è il suo significato?

San, che vuol dire segreto, vuol dire nascosto: la pratica nascosta fatta in un modo segreto.

Quando Buddha Shakyauni insegnò il mantra segreto non lo fece in pubblico, ma solamente per color che erano discepoli adatti, che avevano la predisposizione, le capacità per poter fare queste pratiche.

Buddha Shakyaui insegnò il mantra segreto a discepoli molto particolari. Lo fece in sanscrito, mentre i discorsi generali li diede in pali. Il tantra fu dato in modo segreto, anche per quanto riguarda gli insegnamenti che riguardano l’addestramento mentale, questi non sono degli insegnamenti che possono essere praticati da tutti. Coloro che non ne hanno il coraggio è difficile che possano affrontare questa pratica. La pratica del cambiare, dell’equalizzare se stesso con gli altri può essere fatta da qualcuno che possiede un grande coraggio. Così come nel mondo normale, è pericoloso operare su macchine che non si sanno guidare. In Tibet provai a guidare una macchina, a quel tempo erano molto semplici. Quando guidi, devi sapere come si usa il volante, il freno, l’acceleratore. Io non lo sapevo fare. Col risultato che mi sono scontrato contro un albero.

Per esempio, una volta che viaggiavo in aereo sono entrato in cabina di pilotaggio ed ho visto tutti tutti quegli strumenti, così tante luci. Il che implica una grande capacità di condurre quei velivoli. Perciò, come occorre essere capace di guidare per poter far circolare un veicolo, così lo è nel tantra. Se non sei in grado, se non sei capace di fare questa pratica puoi incorrere in pericoli. Le pratiche che si basano sui venti sottili, sulle gocce e così via, sono pericolose se non si sa come praticarle. Ci sono dei punti del collo che, se li si preme, si può sperimentare la chiara luce, svenendo, ma, se non si sta attenti, si può anche morire. Così è per la pratica del tummo del fuoco interiore: se non la si fa correttamente, si può possono causare molti problemi.

Mantra vuol dire proteggere la mente dalle apparenze ordinarie e dall’afferrarsi a queste apparenze ordinarie. Una volta che si fa questa pratica, si genera una chiara percezione di se stessi nell’aspetto della divinità ed in questo modo si superano le apparenze ordinarie. Lo stato dell’onniscenza della buddhita, è lo stato dei 4 supremi corpi di Buddha. Cos’è che nel tantra si pratica a livello causale ed a livello risultante, visualizzando se stessi nell’aspetto della divinità? Con le prerogative della divinità. Per esempio, nei due corpi: della forma e del dharma supremo di Buddha. Questi due vengono prodotti, e comunque ottenuti, dalle loro cause sostanziali. Ne deriva che il risultato dev’essere affine alla continuità di quello che è l’entità della causa, ci vuole un qualcosa di quell’affinità. Dal che deriva che i corpi di Buddha possiedono la stessa entità, sulla base dell’assunto che anche la causa deve essere affine a quello che sarà il risultato. In più, la saggezza trascendentale che realizza la vacuità o shunyata, come risultato della mente illuminata di Buddha. Perciò, solamente la pratica della saggezza trascendentale non sufficiente perché questa non è la causa sostanziale per l’ottenimento del corpo della forma. Ne consegue che quando si pratica il sentiero, la pratiche che si fanno devono essere cause sostanziali che portano al risultato. È nella pratica del tantra che troviamo la pratica unificata di queste cause. Per cui dal momento che i corpi di Buddha hanno la stessa natura, le due cause devono avere un aspetto sostanziale caratterizzato dalla stessa natura. Per questo motivo l’esperienza effettiva di apparire nell’aspetto della divinità avviene solo nel tantra supremo. Però, per addestrare la propria mente è bene cominciare dai tantra inferiori come il Kriya tantra, in questo modo fermiamo le apparenze ordinarie. Perciò cominciando con il primo dei 4 tantra, il Kriya tantra dell’azione. In tutte le pratiche del tantra si pratica la vacuità e si dissolvono tutte le apparenze ordinarie nella vacuità di saggezza inerente. Non importa il linguaggio che assumete, importa che, dicendo così, meditate la dissoluzione degli aspetti ordinari nella vacuità. Non si fa solo così. La mente viene assorbita completamente nella comprensione di vacuità di esistenza inerente e quella mente stessa che realizza la vacuità prende l’aspetto della divinità. La meditazione di visualizzare se stessi come la divinità è presente anche nella traduzione indù. Tempo fa sono andato a Gorakpur ed ho incontrato dei meditatori tantrici non buddhisti che praticavano anche il fuoco interiore e così via. Anche la meditazione della respirazione come il vaso e così via. Queste cose vanno investigate, sembra infatti che queste pratiche siano presenti in alcune tradizioni non buddhiste. La pratica viene esclusivamente dalla visione della vacuità e di bodhicitta, questa è la differenza con il tantra praticato dei non buddhisti Prima si medita sulla vacuità, si sorge nell’aspetto della divinità, quindi s’analizza la vacuità della forma della divinità. Questo ti da lo yoga della profondità non duale e della chiarezza. Nei sutra si parla della saggezza complimentante il metodo ed il metodo che aiuta e complementare la saggezza. Mentre nel tantra: metodo e saggezza sono uniti. Metodo e saggezza vengono praticati in modo univoco, unificato. La meditazione sull’aspetto della divinità è la pratica della vastità del metodo. In questo modo si entra nel sentiero del vajra: l’unificazione del metodo e della saggezza. La profondità della pratica del tantra è l’unificazione del metodo e della saggezza: tutti punti che vengono insegnati nelle varie pratiche. Per quanto riguarda le varie scuole filosofiche, si può anche progredire dalle visoni inferiori sino a quelle superiori. Quindi la profondità della visione filosofica è compresa dal punto di vista di una progressione. Sua Santità sta citando Je Rinpoche, un suo particolare testo chiamato “La realizzazione del destino”. In generale, i veicoli del tantra è superiore al veicolo dei sutra, però dovete capire perché, come è più profondo. In tibet moltissimi praticano il Tantra, anche nei nostri monasteri. Se non state attenti, allora può sembrare che queste pratiche siano fatte solamente per ricavare dei favori o impaurire la gente. Un giapponese che mi venne a trovare a Dharamsala, mi dissi che era andato in tibet, a Shigyatse entrò in una camera molto oscura, dove c’erano degli affreschi di queste divinità irate e mi disse che quella notte non era riuscito affatto a dormire dalla paura che sì era preso. Allora mi chiese perché nel buddhismo Mahayana parliamo di amore e compassione e ci sono divinità irate che fanno paura? Non sono irate o arrabbiate, ma sono concordi con quelle che sono le 4 attività illuminate: la motivazione dietro queste pratiche è esclusivamente la grande compassione. Per poter guidare la persona che non può essere altrimenti guidata. Prima occorre generare compassione, poi sulla base di questa si ricerca come essere di beneficio agli altri. Nel sutra non esiste il permesso di essere di beneficio agli altri tramite l’ira. Nel tantra questo si fa esclusivamente nell’ambito di un’attitudine di grande compassione, nel momento in cui per fare queste pratiche occorre la motivazione di bodhicitta, della grande compassione ed una profonda e chiara conoscenza della vacuità. Queste pratiche non vengono fatte per eliminare i nemici, ma per essere di beneficio agli altri. L’albero di sandalo ha un effetto molto rinfrescante, ma, quando viene bruciato, brucia molto velocemente. Il tantra può dare frutti incredibili, eccellenti ma, se usato male, allora gli effetti sono molto avversi. Abbiamo fede, crediamo nel tantra, però è importante fare queste pratiche comprendendo ciò che comportano. Per ricever l’iniziazione ci sono attività che compie il maestro ed attività che compie il discepolo.

Ora, pensate di offrire il mandala come richiesta per l’iniziazione. Per prima cosa occorre generare la motivazione. Qualunque azione si compie dev’essere sostenuta dalla motivazione. Per quanto riguarda le varie motivazioni, quella d’ottenere benefici in questa vita non è neanche di Dharma. Anche la motivazione di ottenere migliori vite future non è sufficiente, ci sono tradizioni religiose che portano all’ottenimento di migliori vite future. La cosa principale della pratica del Dharma è che è diretta a sottomettere la propria mente. Questo avviene sulla base della comprensione delle Quattro Nobili Verità, specialmente la Nobile Verità della Cessazione, in cui si esprime la realtà della cessazione come realtà ottenibile. Questo per quanto riguarda il sentiero Mahayana. Il sentiero Hinayana diventa Mahayana solamente se nella pracrita è presente bodicitta, per cui dipende dalla mente. La meditazione che deve precedere questa pratica è di ottenere l’illuminazione per il beneficio degli esseri senzienti.

Per questo pensate in questo modo, quando pensiamo al sé, questo appare come qualcosa che governa il corpo e la mente, però quando lo guardiamo, scopriamo che un io così non può esistere, nel momento in cui cerchiamo, questo io, nelle parti del corpo o negli aspetti della mente, un io nelle sue parti non viene trovato, per cui non esiste. L’io è la mente dello stato della veglia? Dello stato del sogno? Del sonno? La persona e l’io sono la stessa cosa? L’io non è identificabile nei vari elementi che compongono la persona, ma è sulla base degli elementi che la persona viene solamente designata, imputata. Anche Chandrakirti dice che siamo designati sulla base delle nostre parti, così come il carro od una macchina è designata sulla base delle sue parti. Non c’è niente che esiste indipendentemente, oggettivamente, dalla sua parte. Tutti i fenomeni hanno un esistenza nominale. Meditate sulla vacuità di mancanza di quell’esistenza indipendente.

La pratica del tantra viene portata a compimento sulla base della fede, non una fede cieca, ma una fede basata sulle ragioni. Dal momento che il corpo del Buddha sorge dalle sue cause e condizioni. Questa totale perfezione delle cause che portano alla buddhita si trova solo nel veicolo del tantra. Prendiamo i voti di bodhicitta. Prima la bodhicitta dell’aspirazione quindi dell’impegno. La prima l’esprimiamo sulla base del testo chiamato Bodhisattva Bhumi, o terreni del bodhisattva, come spiegato in quel testo ed anche attingendo dal Bodhisattvacharyavatara. Spiegherò solamente i punti importanti.

Recitiamo i versi del rifugio. Per cui si dice: prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha fino all’illuminazione. Il risultato finale è lo stato di Buddha, comprende i tre corpi di Buddha e le cause che portano questo frutto, che sono la pratica della generosità, moralità e così via, soprattutto della saggezza trascendentale che realizza la vacuità: non si fanno queste pratiche per noi stessi ma per beneficare tutti gli essere senzienti. Si dice prendo rifugio nel Buddha nel Dharma e nel Sangha finché io non sono illuminato. C’è un riferimento specifico a noi stessi, cosa vuol dire che questo io che non esiste indipendentemente dalla sua parte ma solamente nominalmente? Nagarjuna ha spiegato che Buddha non sono i suoi aggregati e così via, il Tataghata è meramente imputato sulla base dei suoi differenti puri aggregati. Sulla base del corpo, parola e mente di Buddha, ecco che non c’è un Buddha separato, indipendente da questi aggregati. Nel praticare le generosità e così via, ricordiamoci sempre che tutto è meramente nominale.

Per quanto riguarda i tre corpi di Buddha: Nirmanakaya e Sambogakaya sono emanati dal Dharmakaya.

Per cui, quando prendete rifugio, pensate di aver ottenuto questo corpo che possiede le 68 libertà e le 10 ricchezze. Pensate che siete liberi da tutte le mancanze di libertà. Avete anche incontrato il sentiero che racchiude tutto e avete incontrato i maestri che sono in grado di guidarvi e che sono anche i testi. Anche coloro che sono anziani devono utilizzare la loro vita residua unicamente per ottenere lo stato di Buddha. Si benedicono le tre porte: corpo parola e mente. Lo stato di Buddha è caratterizzato dall’unificazione i questi tre. Noi abbiamo la potenzialità di svilupparci fino allo stato di Buddha.

Non c’è bisogno di dare l’erba kusha perché facciamo tutto in un giorno solo, distribuirò i cordinI di benedizione, benedetti dal mantra di Buddha Maitreya, tenetelo al braccio e cercate di non perderlo. Rigioite di aver incontrato un corpo umano e d’aver incontrato gli insegnamenti del tantra. La benda simboleggia il coprire gli occhi, fin quando il discepolo non è ancora pronto a vedere i segreto del mandala. Per prima cosa bisogna conoscere bene i vantaggi della bodhicitta. Non appena abbiamo una piccola esperienza di bodhiitta, a quel punto i prendono i voti del bodhisattva. Va bene pensare alla grande compassione sostenuta dalla saggezza trascendentale che realizza la vacuità. Nirmanakay e Sdabogakaya vengono emendati dal Dharakaya. Questo a livello di potenzialità il fatto che la mente è chiara e priva di oscurazioni ace sono solo avventizie. Dalla natura del Dharmakaya si emanano i vari copri di Buddha per beneficare gli esseri senzienti. Questi esseri sono visti tramite l’amore e la compassione per cui tutti sono visti in un aspetto bello. Cercate di generare grande forze e coraggio e determinarvi continuamente a portare gli esseri all’illuminazione. Anche se avete una piccola esperienza di bodhicitta questa può essere di grandissimo benefico e può portavi all’illuminazione suprema. Non abbiate nessun motivo egoistico quando state beneficiano gli altri. Siete tutti molto fortunati. Si sta bene no quando si genera questa mente no? Adesso c’è la meditazione che si chiama lo yoga pervasivo. Cercate di pensare in questo modo per il beneficio di tutti gli esseri senzienti devo assolutamente ottenere l’illuminazione. Adesso pensate al sé, io, l’io c’è ma non si trova: cosa vuol dire? Che sorge in dipendenza, è prodotto in dipendenza. Meditate in questo modo: questo io che sembra differente dal corpo e dalla mente non esiste per niente. Bodhicitta convenzionale ed ultima. E’ sulla base di questi due che si progredisce sul sentiero del supremo yoga tantra, finché non l’ottiene il corpo illusorio e così via, finché si ottiene quello stato in cui si riesce a manifestare la chiara luce primordiale. Si usa questa chiara luce primordiale per ottenere velocemente l’illuminazione. Pensate d’entrare dentro il mandala.




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Re: Le provocazioni dei Gyalpo

Messaggiodi **Destiny** » 10/03/2010, 15:55

Curiosamente quando il Dalai Lama fuggì la prima volta da Lhasa (prima della fuga definitiva del 1959) aveva con sè solo l'oracolo di Shugden (non ancora bandito all'epoca) mentre quelli di Nechung e Gadong erano rimasti a Lhasa

Questo è proprio un argomento usato per provare che Shugden, che sarebbe meglio chiamarlo Dholgyal, non è un Protettore illuminato ma un essere mondano. I Protettori illuminati sono aspetti del Dharmakaya. In un certo senso trascendenti. Non sono "entità" con una personalità propria come lo sono gli Spiriti. E per questo non esistono oracoli di Protettori Illuminati; non si è mai visto un oracolo di Mahakala per esempio. Invece esistevano (ed esistono ancora, che io sappia) oracoli di Dholgyal, prova che questo è uno spirito non-illuminato nella tradizione buddhista tibetana.

Ma mi viene da pensare che solo una specie di Satanista si può mettere a praticare con questi spiriti.

Praticare sì, o quasi. Ma subirne l'influenza no. Dal punto di vista sciamanico quasi tutte le malattie, sia quelle del corpo che quelle dello spirito, hanno una causa "spirituale", spesso proprio un'intrusione di energie negative o possessioni da parte di spiriti dannosi. Ed esistono molti gradi diversi di possessioni... Dal punto di vista sciamanico sono fenomeni molto, molto più frequenti di quello che si è abituati a credere.
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Re: Le provocazioni dei Gyalpo

Messaggiodi Tommaso.ROMANO » 10/03/2010, 22:14

Rompere il muro della propria cella interiore.
La via di mezzo del Dalai Lama al di là di ogni settarismo


17 dicembre 2008
di Francesco Pullia
Intervista esclusiva a Raimondo Bultrini





Nel numero di ieri di Notizie Radicali abbiamo recensito Il demone e il Dalai Lama di Raimondo Bultrini, edito da Baldini Castaldi Dalai (€ 18,00).

Nelle quattrocento pagine dell’opera si amalgamano con intelligenza e notevole raffinatezza narrativa, saggistica, indagine giornalistica.

Si parte da Dharamsala, nell’India settentrionale dell’Himachal Pradesh, dove dagli inizi degli anni sessanta si è insediata, al seguito del Dalai Lama, la più numerosa comunità di esuli tibetani scampati, con fughe rocambolesche tra le innevate altitudini himalayane, alla devastante colonizzazione cinese per addentrarsi gradualmente nella storia dell’antico Tibet e tra le pieghe del buddhismo sviluppatosi, dall’VIII secolo d.C., nel Paese delle Nevi. E’ un viaggio intrigante e affascinante alla ricerca della genesi di una controversia religiosa che, nel corso del tempo, ha finito per assumere, a causa delle ingerenze neppure poi tanto tacite della Cina, forti connotati politici.

Lo spunto è dato dal triplice, feroce, assassinio, avvenuto il 4 febbraio 1997, alla vigilia del Losar, capodanno tibetano, nel villaggio di Mc Leod Ganj, nella sommità di Dharamsala, a pochi metri dalla Scuola di dialettica e dalla residenza del Dalai Lama. Un autorevole lama Lobsang Gyatso viene trucidato nella sua stanzetta, insieme a due giovani monaci traduttori Lobsang Ngawang e Ngawang Lodoe. La scena che si offre a Rajeev Kumar Singh, il sovrintendente di polizia incaricato di seguire il caso, e al suo collaboratore Amithaba è a dir poco raccapricciante.

Sin dalle prime battute dell’indagine si evince che un delitto così efferato debba rispondere ad un preciso disegno criminale. Dall’intricato quadro che a poco a poco si delinea emerge che si tratta di una ritorsione compiuta da sicari di una setta dedita al culto di Dorje Shugden, sorta di demone venerato da fondamentalisti e duramente criticato, proprio per i suoi connotati negativi, dal Dalai Lama che ne ha fermamente sconsigliato i rituali. Superfluo aggiungere che la setta agguerrita e bene organizzata, con diverse propaggini in occidente, gode dei favori del governo cinese pronto, come si sa, a sfruttare qualsiasi occasione pur di colpire il Dalai Lama e seminare opportunisticamente confusione e dissidio tra gli stessi tibetani.

Dal momento che nel testo vengono trattati temi molto delicati e interessanti abbiamo raggiunto Raimondo Bultrini per approfondirli. Ne è scaturita un’intervista particolarmente ampia che sicuramente potrà essere di giovamento non solo a quanti, affascinati dal buddhismo tibetano, vorrebbero saperne di più, al di là di tante approssimazioni, ma anche a coloro che seguono con partecipazione le vicende politiche del Tetto del Mondo e rivolgono costante attenzione alla via nonviolenta proposta da Tenzin Gyatso, S.S. il XIV Dalai Lama, insignito nel 1989 del premio Nobel per la pace.





1) Innanzitutto partiamo dal sottotitolo:“tra Tibet e Cina mistica di un triplice delitto”. Che tipo di mistica può celarsi dietro un atto criminoso?



Il triplice delitto del 4 febbraio 1997 di fronte alla residenza del Dalai lama non è stato per la comunità tibetana un semplice atto criminoso. Anche paragonarlo a un assassinio politico o religioso – nel senso di guerra tra chiese o correnti clericali – può essere riduttivo. Ho usato il termine “mistica” per sottolineare il concetto religioso arcaico di 'mistero', che sia nel latino mysterium sia nel greco musteria indica una dimensione non tanto misteriosa quanto iniziatica, prerogativa di individui istruiti – ovvero iniziati - a certi culti della meditazione trascendentale (collegati nel cristianesimo a Dio o a entità divine in generale, mentre nel buddhismo tantrico i poteri della mente umana possono collegarsi a diversi tipi di essere, non necessariamente di natura divina). 'Mistico' equivale al segreto, imperscrutabile universo impossibile da descrivere attraverso analisi filosofiche, psicologiche o razionali. Col tempo i seguaci di un certo tipo di osservazione o auto-osservazione dei fenomeni inconsueti derivati dai poteri della mente hanno creato, a partire dal nostro medioevo, una tendenza definita del “libero spirito”, contraria alle regole stesse della società e della chiesa. Mentre in Occidente certi movimenti e i loro rappresentanti dovevano ancora finire sotto il maglio dell’Inquisizione, in Tibet erano sorte già nell’anno 1000 nuove scuole religiose contrapposte a quelle dei “mistici” ante literam, seguaci dei primi insegnamenti tantrici buddhisti del grande maestro indiano Padmasambhava. Certi esercizi e tecniche yoga finalizzati a separare – ad esempio – la mente naturale dalla mente razionale prevedevano la totale assenza del controllo psichico ordinario, l’uso di movimenti “scomposti”, di mantra acuti e potenti, e per questo venivano praticati in luoghi isolati. La scuola dei New Kadampa di Atisha e successivamente la Scuola dei Virtuosi (I Gelupa, o Cappelli gialli) sono sorte proprio per contrastare le tendenze tantriche (principalmente mistiche) della Scuola antica Nymapa fondata da Padmasambhava e associate spregiativamente allo sciamanesimo del Bön. Ma mentre i mistici che praticavano in caverne e luoghi remoti avevano come fondamento lo sviluppo individuale della bodhicitta, il seme della compassione e dell’altruismo universale, gran parte delle scuole organizzate gerarchicamente hanno finito per trasformarsi in una sorta di Stato nello Stato. Per secoli le tradizioni Sakyapa, Kajupa, Kadampa e Gelupa hanno lottato per la supremazia non solo religiosa ma anche politica, indicando al popolo etiche comportamentali, curriculum monastici, devozione ai rituali comunemente accettati e ai maestri in linea con i principi fondatori, spesso agendo come un qualsiasi governo laico e usando la spietata logica della “ragion di Stato” per dirimere controversie e epurare eventuali “eretici”.

Nel caso del triplice omicidio preso in esame nel libro (con tutti i precedenti delitti “politici” commessi nei secoli) si vanno a mischiare e condensare numerosi aspetti della cultura e della tradizione mistica e filosofica tibetana, laddove il termine “mistica” è alternativo a quello di “logica” o “filosofia”. Mistica e logica sono due cose diverse e separate dallo stesso diaframma che divide il noto dall’ignoto, la mente che osserva e riflette dalla mente che si lascia attrarre dal riflesso e giudica costantemente. Quindi, anche se non credo di poter spiegare in poche righe come mai attribuisco il termine “mistico” a un triplice omicidio, invito ogni eventuale lettore a entrare nella “logica misterica” che pervade la storia di questo culto, che risale a tre secoli e mezzo fa, ma appartiene nella sua essenza all’archetipico conflitto tra Bene e Male, comune a diverse religioni e credenze. Va da sé comunque che l'uso dei concetti di filosofia e di mistica è fortemente condizionato in Occidente dal nostro passato storico. Per questo bisogna entrare nella storia “segreta” del Tibet per capire molte cose apparentemente inspiegabili, legate una all’altra da fili sottili che percorrono il tempo e lo spazio. Riflettendoci ora, avrei potuto usare il termine “karma di un triplice omicidio”. Ma saremmo stati daccapo: quanti conoscono l’esatta definizione di karma?





2) Il tuo libro non solo affronta un argomento decisamente difficile, complesso, finora poco approfondito, ma sembra soprattutto mettere in evidenza la gravissima contraddittorietà di posizioni fondamentaliste all’interno di una visione aperta e tollerante per antonomasia come quella buddhista. Nell’introduzione, in particolare, riferendoti espressamente a situazioni da te stesso verificate nello Sri Lanka o al confine tra Cambogia e Thailandia scrivi: “Lo spirito della discordia alimentato da interessi mondani è teoricamente agli antipodi dell’insegnamento trasmesso oltre due millenni fa del Buddha”. E, subito dopo, ti chiedi non senza una venatura di amarezza: “Perché predicare e dichiararsi seguaci dei principi di compassione e altruismo, se poi si fa uso delle armi e della violenza per affermare le proprie ragioni?”



Si dice che “il fine giustifica i mezzi” quando si ritiene che l’obiettivo finale sarà migliore dello status quo (precedente all’utilizzo di metodi prevedibilmente violenti o illeciti). I buddhisti cingalesi dello Sri Lanka ritengono che il massacro delle popolazioni tamil sia necessario per estirpare il fenomeno terrorista del LTTE, terminato il quale regnerà –dicono – una pace duratura e stabile. Di certo i tamil non terroristi (generalmente di fede hindu) temono fortemente questa futura “pace” basata sul predominio dei cingalesi. Non solo e tanto perché si tratta di una diversa etnia che pratica una diversa fede religiosa. Ma perché i governanti e gli stessi leader buddhisti cingalesi hanno dimostrato di saper essere spietati e crudeli senza saper al contempo isolare la minoranza fondamentalista-terrorista e salvaguardare gli interessi del resto della popolazione pacifica. E’ quindi la mancanza di chiarezza che deriva dalla distorsione dei principi di compassione a essere responsabile delle degenerazioni ammantate in vesti dottrinarie. Nel libro cerco di indicare durante la storia del Tibet (e non solo quella connessa alle vicende del gyalpo Shugden) i momenti nei quali la vera bodhicitta, intesa come comprensione del ciclo originario di sofferenza e relativa liberazione comune a tutti gli esseri, è stata sostituita o “reinterpretata” da cosiddetti Maestri che avevano un’influenza politica o erano essi stessi governanti. Costoro usavano la fede nella dottrina (Kadampa, Gelupa o altre) , o la dottrina della fede, come un’arma di liberazione finale, senza considerare che nessuna liberazione individuale o di gruppo può prescindere dalla contemporanea liberazione di tutti gli altri esseri ancora intrappolati nel samsara. Considerando che potremmo essere stati tutti fratelli, madri o figli in qualche altra vita, come potremmo abbandonare i nostri simili dentro una casa in fiamme senza tentare di spegnere il fuoco che la divora? Certo non è facile: non tutti possono seguire la Via dei bodhisattva. Ma quando si sostiene di seguire la dottrina del Buddha, bisogna sapere che cosa il Maestro ha insegnato: “quando non sappiamo come aiutare gli altri – ha detto Sakyamuni – almeno non disturbiamoli.



3 ) Quando hai cominciato ad interessarti al buddhismo? Come è avvenuto l’incontro con un maestro come Namkhai Norbu cui si deve l’insegnamento anche in occidente dello Dzogchen? Con lui ti sei recato nel 1988 fino al mitico Monte Kailash e da quel viaggio hai ricavato una testimonianza molto interessante, “In Tibet”, pubblicata purtroppo in un’edizione limitata…



In realtà ho iniziato a interessarmi al metodo migliore per aiutare la mia mente sofferente prima che al buddhismo. Ho approfondito Confucio e Lao Tsu, i mistici cristiani, perfino l’antropologo Castaneda e gli strani affascinanti insegnamenti attribuiti al suo bruco tolteco don Juan. Ovunque frammenti di verità placavano temporaneamente e parzialmente l’ansia e il dolore creati dalle contraddizioni tra la mia volontà di vivere serenamente senza danneggiare il prossimo e la realtà, creata dal mio egoismo e dalla mia ignoranza di una verità che potesse eventualmente sovrintendere tutte le altre. Dopo essere cresciuto appellandomi da cattolico all’aiuto di un’entità divina esterna, con la maturità avevo smesso di pregarla per il principale motivo che chiedere aiuto a un Dio creatore di cose belle ma anche terribili come guerre, malattie e disastri mi sembrava una contraddizione.

Quando incontrai Chogyal Namkhai Norbu nel 1986 non sapevo nulla del buddhismo, men che meno di quello tibetano. Sostanzialmente scoprii grazie a lui che i praticanti tantrici si ponevano le mie stesse domande, e che la sofferenza mentale non era solo la causa ma anche l’effetto della nostra ignoranza. Nessuno delle migliaia di libri letti fin dalla mia infanzia poteva nemmeno lontanamente compararsi a una lezione di quel maestro. Ci volle un po’ per capire che lo Dzogchen, o Grande Perfezione, era basato sull’esperienza e non sulla conoscenza intellettuale, e che la stessa associazione dello Dzogchen alle tradizionali scuole del buddhismo tibetano era in un certo senso impropria, trattandosi di una Via di autoliberazione priva di comandamenti e regole dottrinarie. Gli insegnamenti erano per lo più testimonianze di altri praticanti e maestri, o “Testamenti”, come quelli del celebre - e in Occidente semisconosciuto - Garab Dorje. La necessità del maestro come guida non viene intesa nello Dzogchen come pre-condizione per sviluppare una pura devozione, ma come simbolo vivente della natura pura e incontaminata della propria mente. Il maestro possiede quella saggezza che nello Dzogchen viene associata al simbolo dello specchio: la mente allo stato primordiale, puro e incontaminato, riflette senza venire condizionata dal riflesso. Una montagna, un Buddha o un cane hanno la stessa natura del Vuoto da cui origina ogni fenomeno. Attaccarsi al riflesso – che pure esiste, è apparentemente materiale, concreto e non va sottovalutato – significa attaccarsi anche alla sofferenza che deriva dal perdere ciò che si ha, o si crede di avere.





4) Quando hai preso davvero coscienza della drammaticità della condizione tibetana?



E’ successo durante un viaggio del 1988 raccontato in parte nel libretto In Tibet che hai citato. Laddove attraversavo montagne incantevoli disseminate di piccoli villaggi e gruppi di tende di nomadi tibetani, avvertivo la pace di quei luoghi e il potere emanato dal rispetto che quella gente aveva dell’ambiente attorno. Laddove invece c’erano insediamenti cinesi, l’obbrobrio degli edifici, le attività di escavazione, di costruzione e il generale atteggiamento dei coloni verso la popolazione indigena erano manifestamente fastidiosi, a cominciare dagli altoparlanti che trasmettevano mattina e sera annunci politici e “parole d’ordine” del partito. I cinesi dicevano di portare il benessere e di estirpare i residui di feudalesimo dell’antica società tibetana. Ma a parte alcuni tibetani che hanno sposato la causa degli invasori, il resto della popolazione disprezzava i metodi cinesi in tutte le loro forme. Ho sentito testimonianze di crudeltà inaudite, come quando durante la rivoluzione culturale le teste dei dissidenti venivano allineate sulla strada per essere schiacciate dalle ruote dei camion e risparmiare così proiettili. Violenze analoghe sono accadute anche dopo le rivolte di Lhasa del marzo scorso. Ma per parlare di cose meno cruente, un giorno, mentre mi trovavo in un tempio di Khamdogar in Chamdo, a due giorni di cavallo dalla strada più vicina, sono arrivati dei tibetani al servizio dei cinesi e hanno interrotto la cerimonia religiosa per controllare i miei permessi. Nonostante fossero regolari, volevano allontanarmi, e solo dopo una lunga discussione alla quale ha partecipato quasi l’intero villaggio se ne sono andati.



5) Proprio Namkhai Norbu, come hai scritto, sostiene che Dorje Shugden sia un “gyalpo”…



Infatti Norbu lo chiama Gyalpo Shugden, e il Dalai lama usa l’espressione Gyalchen, o grande gyalpo. E’ una delle classi di esseri che, come gli uomini, può avere secondo i tibetani valenze buone o cattive, dipende dai singoli individui e dal loro karma, frutto delle loro azioni precedenti. Dicono gli antichi saggi che un attimo di rabbia distrugge i meriti accumulati dopo eoni ed eoni passati a compiere azioni positive. Vale per gli uomini e per gli esseri non umani. Uno dei Gyalpo più famosi è Pe har, il “Protettore” divino del quale è considerato emanazione l’Oracolo di Stato del Tibet Nechung. Pe har – secondo la tradizione mistica tibetana – era un essere feroce e potente che fu sottomesso all’ubbidienza verso il dharma buddhista da Padmasambhava. Invece di ucciderlo come avrebbe potuto grazie ai poteri di maestro dei tantra, Padmasambhava trasformò le sue enormi potenzialità mettendole al servizio della religione. Ma evidentemente la classe di gyalpo cui appartiene Shugden è meno domabile. O quantomeno la sua influenza ha condizionato un numero abbastanza consistente di devoti incapaci di liberarsi dalla dipendenza da questo culto.



6) Al di là degli aspetti religiosi, dietro il culto di Shugden si sono storicamente celati interessi politici. Dietro la scusa di privilegiare l’insegnamento dei gelupa e la cosiddetta via graduale all’illuminazione c’era, in realtà, la volontà di conservare un sistema sociale di cui una figura come il Tredicesimo Dalai Lama avvertiva fortemente l’esigenza di una radicale riforma. Sia il Quinto che il Tredicesimo Dalai Lama, come d’altronde l’attuale, il Quattordicesimo, hanno avversato privilegi e concezioni del potere verticistiche e feudali…



Ritengo che Shugden, come i vari Dalai lama che si sono succeduti sul trono del Tibet, abbiano agito ognuno secondo le proprie tendenze in momenti storici particolari. Forse è eccessivo paragonare il V o il XIII Dalai lama a esponenti democratici e riformisti come li intendiamo oggi in Occidente. Perché l’attuale Dalai lama potesse rendersi conto dei progressi di certi sistemi politici e sociali laici c’è voluto l’esilio, sebbene fosse già consapevole da ragazzo delle enormi discriminazioni patite in Tibet da molti suoi sudditi oppressi da una certa aristocrazia feudale. Ma guarda caso uno degli ostacoli più pesanti alla sua missione di riformatore fin dai tempi del suo governo al Potala veniva proprio dalla Corte di tradizionalisti gelupa devoti al culto di Shugden. E lo stesso accadde sotto il XIII, mentre per il periodo del V Dalai lama abbiamo troppo poche referenze storiche per capire se davvero la sua personale apertura ecumenica alle altre tradizioni buddhiste corrispondesse anche a una maggiore giustizia sociale e apertura religiosa. Di certo i rapporti con il capo della scuola kajupa, non erano idilliaci e furono ristabiliti solo poco prima della morte del Karmapa.



7) Ad un certo punto fai riferimento a un misterioso “libro giallo” scritto negli anni Settanta da Zemey Rinpoche e forse ispirato da Trijang, devoto del terribile spirito ma anche uno dei tutori dell’odierno Dalai Lama. Di che si tratta con precisione?



Il libro giallo elenca con dettagli – solo in parte dimostrabili storicamente - la sorte di alcuni importanti lama e alti dignitari tibetani che, dopo un passato di devoti della tradizione Gelupa e del culto di Shugden, sarebbero caduti in disgrazia – secondo il libro - per aver iniziato a praticare anche gli insegnamenti di altre tradizioni, in particolare dell’antica scuola nymapa e dello Dzogchen. Un celebre maestro nymapa ancora vivente, Chadral Rinpoche, ha contestato uno per uno tutti gli esempi riferiti da Zemey. Ma al di là della validità di affermazioni indimostrabili (come si può attribuire un incidente, una malattia o una sconfitta politica a uno spirito maligno anziché ad altre cause molto più plausibili?) nel mio testo metto in evidenza un episodio accaduto a Dharamsala dopo la pubblicazione del Libro giallo e considerato dal Dalai lama all’origine della sua decisione di sconsigliare pubblicamente il culto di Shugden. In pratica monaci e monache che avevano letto le storie citate da Zemey nel libro si rifiutarono di partecipare a una cerimonia religiosa promossa dal leader tibetano in onore di Padmasambhava. Questo grande maestro dell’VIII secolo è infatti considerato pressappoco il nemico numero uno della dottrina religiosa gelupa, per via dei suoi insegnamenti decisamente non settari e mistici. Quei religiosi ebbero paura di subire le stesse conseguenze descritte da Zemey nel suo testo, al punto da rinunciare a una cerimonia tenuta dal loro leader spirituale e politico. Minacce esplicite furono fatte pervenire al Dalai lama anche quando Sua santità costruì una statua di Padmasambhava nel tempio principale di Dharamsala. La cosa interessante è che le autorità cinesi, come fecero i seguaci di Shugden discepoli del lama Gelupa Pabonka tra il 1920 e il 1940, ancora oggi distruggono in Tibet le statue di Padmasambhava e non altre immagini di buddha o bodhisattva. Sarebbe lungo qui spiegarne tutte le ragioni, e forse non basta nemmeno leggere il Libro giallo o il mio testo per comprenderle tutte. Ma di certo è un aspetto molto delicato e importante verso il quale cresce e crescerà in futuro l’interesse di tibetologi e appassionati della cultura tibetana.



8) Lobsang Gyatso, il lama assassinato nel 1997, aveva ingaggiato una vera e propria sfida dialettica con i fondamentalisti…



Il direttore della Scuola di dialettica scriveva e parlava francamente di ciò che pensava. E non era contrario al culto solo perché lo diceva il Dalai lama. Molti gelupa come lui, anche quando Sua Santità praticava Shugden, erano istintivamente diffidenti verso questo genere di devozione che rasentava il fanatismo. Ho già accennato alle statue distrutte, ma ci sono numerosi episodi nella storia del Tibet che dimostrano le divisioni create sulla base della devozione esagerata verso un “Protettore” esclusivo della scuola gelupa come Shugden.



9) Cosa ti ha spinto a dedicare quasi dieci anni a indagare e studiare intensamente, con meritoria costanza, nonostante la frenetica e per certi aspetti dispersiva attività giornalistica che conduci, una questione così intricata, oltre che intrigante?



A parte le motivazioni giornalistiche (dovetti seguire il caso per scrivere un articolo su La Repubblica) volevo cercare di capire come mai il Dalai lama, che ne era stato un praticante, aveva deciso di eliminare questo culto dalle sue pratiche, sconsigliandolo a tutti i suoi discepoli. Inoltre avevo una specie di istinto che mi diceva: i tre delitti sono solo l’inizio, succederà qualcos’altro (ovvero,com’è realmente accaduto, manifestazioni di dissenso, violenze, cortei anti Dalai lama nel mondo). Il Dalai lama e Namkhai Norbu mi confermarono che dietro al caso Shugden si celava un universo molto più complesso e articolato, e in qualche modo lasciarono che fossi io da solo a scoprirlo, limitandosi a confermare la gravità delle divisioni che questo culto aveva creato nella società tibetana dentro e fuori il Paese. Devo dire che il finale del libro è emerso davvero al termine del mio lavoro. Ho scoperto con mia stessa sorpresa mettendo insieme i vari tasselli del grande puzzle quale complesso meccanismo di relazioni si è instaurato nel tempo tra autorità cinesi e seguaci del gyalpo. Il finale disvela una verità molto più drammatica delle divisioni politiche tra autonomisti e indipendentisti per le sorti del Tibet e della sua straordinaria, in gran parte sconosciuta e potenzialmente utilissima cultura. Se la sua essenza sopravvivrà oltre questi conflitti settari, sono certo che sapremmo apprezzarla meglio col tempo, magari quando ci saremo liberati dagli schemi politico-religiosi che hanno caratterizzato la diffusione del buddhismo tantrico e, va da sé, senza l’infantile e un po’ melensa zavorra dei miti di Shangrilà e Shambala.



10) Hai provato, almeno all’inizio, timore, sgomento, un minimo di paura nell’affrontare un argomento così spinoso?



Sì, ho avuto paura. E come nelle storie del Libro giallo, mi sono spesso domandato se certe vicende negative della mia vita fossero conseguenza del mio interesse per questo argomento considerato tabù anche da persone che stimavo altamente. Ma superare la paura, e sopra tutte la paura della morte, è uno dei passaggi necessari per apprezzare il significato degli insegnamenti tibetani. Non si tratta solo di capire la legge del karma, della causa e dell’effetto delle azioni, ma anche il metodo tantrico di superamento delle barriere che possono formare col tempo le tante gabbie in grado di avvolgere la nostra mente. La nostra vita è spesso come quella del prigioniero che rompe il muro della sua cella solo per ritrovarsi in un’altra, e poi un’altra ancora.



11) Nel tuo libro riesci a tratteggiare molto efficacemente una personalità travagliata, introversa, come quella di Dragpa Gyaltsen. Ce ne parli?



Dragpa Gyaltsen era figlio di una famiglia tibetana dell’aristocrazia terriera con grandi possedimenti a non molta distanza dalla capitale Lhasa. Secondo l’autobiografia del suo grande contemporaneo, il V Dalai lama Lobsang Gyatso, fu la madre a cercare di promuovere Dragpa Gyaltsen come tulku, candidandolo inizialmente al posto di Dalai lama, salvo poi accettare il suo riconoscimento come erede di un altro tulku – reincarnato - che era stato capo della scuola Gelupa. I due bambini crebbero praticamente insieme nel grande monastero di Drepung dove risiedevano 7000 monaci e due soli tulku, Dragpa e Lobsang. Fino alla sua misteriosa morte, Dragpa Gyaltsen visse in una dimora chiamata Residenza superiore, quasi a intendere che fosse più elevata non solo fisicamente della stessa Residenza del Dalai lama, definita “inferiore”. Ma quando Lobsang Gyatso diventerà il Grande V - al quale l’imperatore mongolo Gushri Khan conferirà nel 1642 il massimo potere temporale e spirituale sul Tibet unificato di U e Tsang - la differenza tra i due tulku fu definitivamente evidente. Poco sappiamo di ciò che accadde tra loro, se non dagli accenni nell’autobiografia del V e dalle note riferite ai giorni nostri dal già citato Trijang Rinpoche, ex tutore dell’attuale Dalai lama (Trijang ha sostenuto che Dragpa fu ucciso con una sciarpa rituale dal Reggente del Dalai lama per evitare l’accrescersi della sua popolarità).

Ciò che sappiamo è che Dragpa Gyaltsen venne progressivamente declassato man mano che crescev il potere del suo quasi coetaneo, e che un sentimento di gelosia e invidia potrebbe aver preso lentamente possesso della mente di questo lama. C’è anche una tesi sostenuta da Trijang e dai suoi seguaci secondo la quale Dragpa Gyaltsen godeva di maggiore credito del Dalai lama stesso tra i religiosi gelupa e tra molte tribù mongole perché rispecchiava meglio il punto di vista dell’ortodossia della scuola dei Cappelli gialli, mentre il Grande V praticava indistintamente anche altri insegnamenti e specialmente lo Dzogchen. Sappiamo solo - dai resoconti della sua morte - che qualcosa di misterioso e magico accadde durante la cremazione, e che il suo spirito –divenuto potente e vendicativo - prese a vagare per gli altipiani prima di diventare quello che molti considerano ancora oggi il feroce “Protettore” esclusivo dei Cappelli gialli: Shugden. A dar credito al Dalai lama e ad altri, la sua morte avvenne dopo una sorta di “possessione” da parte di uno spirito demoniaco, e il Grande V dice esplicitamente che ciò avvenne perché Dragpa aveva rotto il “samaya”, la promessa di collaborazione spirituale reciproca tra maestro e discepolo, particolarmente sacra nel buddhismo tibetano. Ho cercato di chiarire questo punto più volte con l’attuale Dalai lama, e ogni volta Sua Santità ha ripetuto che la “rottura” della promessa o del voto religioso significa l’infrangersi di un patto comune per la realizzazione spirituale reciproca e degli esseri in contatto con noi. In sostanza, Dragpa Gyaltsen non avrebbe agito da buddhista. Sembra un po’ lo stesso tipo di accusa rivolta da Sua Santità ai seguaci di Shugden, ovvero di non agire secondo la dottrina del Buddha ma di seguire un culto spiritista, per di più destinato ad accrescere i poteri mondani dei suoi seguaci, a discapito di quelli spirituali.



12) Torniamo ai nostri giorni. In un’intervista che ti ha rilasciato tre anni fa, il Dalai Lama ha affermato: “Neanche noi tibetani possiamo attribuire tutta la nostra attuale condizione di sofferenza ai cinesi. Guardare ai propri errori è l’inizio del processo di comprensione universale”. Oltre alle riforme mancate, alludeva alla corruzione di alcuni dignitari tibetani resisi ben disposti a favorire le mire cinesi e alla copertura offerta dal culto di Dorje Shugden?



Alludeva certamente alle ingiustizie e agli errori commessi sotto varie forme nel corso della storia tibetana. Anche nelle interviste contenute nel libro il Dalai lama parla di dignitari e membri del clero che hanno di fatto favorito la divisione tra i tibetani aprendo (o quantomeno allargando) la strada all’ingresso dei cinesi.



13) Alcuni lama, intanto, si sono vergognosamente prestati ad accettare come autentico il Panchen Lama imposto da Pechino dopo che quello riconosciuto e accertato direttamente dal Dalai Lama è stato rapito e fatto letteralmente sparire, con tutta la sua famiglia, nel 1989. I giochi si fanno sempre più sporchi…



La politica è in generale “sporca”, e i lama devoti al culto sembrano confermare nei fatti di avere a cuore più la politica e – come dice Sua santità - il beneficio materiale che non quello spirituale. Per beneficio spirituale intendo anche quello che deriva dall’unità di un popolo devoto al dharma e alla messa in pratica della vera compassione buddhista.



14) Una storia come quella da te narrata non può non averti in qualche modo segnato. Cosa ha lasciato in te questo libro?



Undici anni di studi, pause, riflessioni, paure, frustrazioni, pensieri di una invalicabile limitatezza intellettuale hanno accompagnato una delicata fase della mia vita rendendola particolarmente tormentata e a tratti cupa. Ma aver potuto valicare la cima di questa enorme montagna ripida e labirintica mi ha dato nuova fiducia, a prescindere dalla compiutezza del risultato e del messaggio che ho cercato di far emergere attraverso il libro, un messaggio rispettosamente dedicato all’essenza degli insegnamenti dei miei maestri. Non vuol dire che ora sono più ottimista, anzi, forse lo sono meno nel breve periodo: stiamo attraversando da tempo con consapevole ignoranza una delle fasi più tremende della storia umana e non siamo certo alla fine dell’incubo. Credo però di sapere adesso che ogni uomo ha la possibilità e potenzialità di guidare il cambiamento, sia personale che collettivo. E’ un po’ come il motto di Obama, Yes, we can. Con la differenza che sul piano spirituale non potremo mai dire che il fine giustifica i mezzi, perché i mezzi sono il fine, e lo strumento della compassione, l’azione della compassione, hanno come principale risultato lo sviluppo della compassione. Il mezzo è il patire insieme le avversità ognuno con la propria abilità e capacità di sopportazione e saggezza, il fine è la scoperta del metodo di liberazione comune per tutti gli esseri. Come marinai colpiti nell’Oceano da una burrasca, saremo costretti un giorno a raddrizzare la nave con tutte le nostre forze, collaborando con mozzi, velisti, capitani e ufficiali, ci siano simpatici o meno.



15) Anche nel suo ultimo intervento al parlamento europeo il Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989, ha perorato la causa dell’autonomia tibetana. Per la Cina, però, lui, sempre e soltanto lui, resta d’intralcio al raggiungimento dell’obiettivo della definitiva cancellazione del Tibet…



La Cina non cerca la cancellazione del Tibet, ma la sua sottomissione alle regole del sistema materialista, il modello imposto da Pechino: coloni cinesi e tibetani fedeli al Partito che governano il Paese delle nevi sfruttando al massimo le risorse, riducendo i monasteri e i templi a luoghi turistici e le lezioni di religione a corsi di marxismo capitalista. Una popolazione devota solo alla disciplina di regime e ai soldi renderà la competizione tra cittadini un ottimo strumento per accrescere le entrate attraverso una squallida gara di servilismo. Una popolazione devota al dharma rifiuterà invece l’esclusiva competizione materiale basando le proprie aspettative su quello che il re del Bhutan ha chiamato il Tasso interno lordo di felicità, contrapposto al Prodotto interno lordo.




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Re: Le provocazioni dei Gyalpo

Messaggiodi Satyricon » 11/03/2010, 17:59

**Destiny** ha scritto:Questo è proprio un argomento usato per provare che Shugden, che sarebbe meglio chiamarlo Dholgyal, non è un Protettore illuminato ma un essere mondano. I Protettori illuminati sono aspetti del Dharmakaya. In un certo senso trascendenti. Non sono "entità" con una personalità propria come lo sono gli Spiriti. E per questo non esistono oracoli di Protettori Illuminati; non si è mai visto un oracolo di Mahakala per esempio. Invece esistevano (ed esistono ancora, che io sappia) oracoli di Dholgyal, prova che questo è uno spirito non-illuminato nella tradizione buddhista tibetana.



Innanzitutto un saluto all'amico Destiny e benvenuto sul nostro forum. :D

Vero quanto scrivi, ma come dice anche Norbu nell'articolo riportato, bisogna ricordare che "Vi sono alcuni Gyalpo che sono guardie importanti. Per esempio Guru Padmasambhava affidò il compito di proteggere il tempio di Samye a Gyalpo Pehar, e quindi queso Gyalpo non è affatto negativo."

Il problema è che il culto di questo spirito (dalle origini non ben identificate) ha assunto nel tempo, connotati integralisti ed ostili agli altri lignaggi...
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