***** EDITORIALE *****
VIRGILIO, SCIAMANO D’ITALIA
Questo numero è dedicato
alle undici ragazze del Convitto
Allieve ostetriche dell’Ospedale di Venezia
che agli inizi dell’anno 1946
vennero allontanate dall’ospedale
e rimandate alle rispettive famiglie,
ree di avere, finita la cena,
intonato nel refettorio l’Inno a Roma,
nonché altri inni ormai proibiti.
Virgilio ha consegnato al suo tempo e ai posteri, in capolavori letterari destinati a diventare patrimonio culturale dell’intera cultura europea, una ben precisa
imago dell’Italia, la
“magna parens frugum, Saturnia tellus, magna virum” (Georg. II, 173-174), una terra il cui territorio peninsulare ebbe la sua definitiva de-terminazione (
Terminu s era a Roma il Dio del confine) giuridico-sacrale grazie ad Augusto, per l’opera del quale, come scrive l’antichista Jean-Michel David, “L’Italia era diventata un corpo politico unico che, alla fine del I secolo, si distingueva dal resto del mondo” (
La romanizzazione dell’Italia, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 173).
Questa Italia, con le sue Isole romanizzate che la sapienza dantesca vorrà senz’altro
“ad dextram Ytaliam sociande” (
De vulg. eloq. I, X, 5), caduto l’Impero romano d’Occidente, conobbe secoli di divisione, finché non si ritrovò politicamente unita nel XIX secolo, riacquistando nel XX i suoi confini a Nord-Est con la Grande Guerra e il suo confine augusteo occidentale (la Nicaea romana: la Nizza di Garibaldi incautamente ceduta alla Francia da Cavour) nel 1942-1943. Tali confini vennero ampiamente limati dalla ‘pace dei vincitori’ dell’ultima guerra (quelli veri, del
bellum externum, non quelli del
bellum civile) ed è del tutto improbabile che li si possa in futuro ripristinare così come vorrebbe lo
ius sacrum. Raccontano i sensitivi capaci di scorgere l’aura di un corpo umano, che questo, amputato di un arto, ne mostra tuttavia ancora la traccia luminosa all’occhio veggente. Forse è così anche per il corpo della
Saturnia Tellus. A questo corpo noi rimaniamo eternamente fedeli, quantunque esso sia martoriato dal degrado umano, da quello civile, da quello naturale. E continueremo a vedere e a volere l’integrità di tale corpo anche qualora dovesse essere, come ancora vorrebbero certuni, nuovamente smembrato in una manciata di staterelli su cui veglia paterno un papa ben piantato sul suo ombelico.
Ilaria Maria Sala, una sagace studiosa di orientalistica, racconta che al confine tra Corea del Sud e Corea del Nord le sciamane celebrano riti non solo per pacificare gli spiriti dei morti nella guerra del 1950-’53, ma anche per propiziare la riunificazione della loro patria: “gli spiriti – ha dichiarato una di esse – non concepiscono e non approvano le nostre frontiere fisiche” (cfr.
Il Dio dell’Asia , Il Saggiatore, Milano 2006, pp. 189-190). Questa bellissima e commovente notizia, oltre a farci capire quanto sia profondo l’errore di chi voglia negare ‘tradizionalità’ ad ogni difesa della ‘nazione’, perché quest’ultima sarebbe inficiata dalla forma-stato moderna, ci avverte che ciò di cui ha veramente bisogno l’Italia è un suo ‘sciamanesimo’, che pacifichi per sempre i suoi morti insoddisfatti, che propizi la concordia civile e rifaccia signoreggiare l’archetipo dell’Italia augustea e virgiliana nella mente degli Italiani. Nel nome di Virgilio stesso, figura archetipale di ‘mago’, di ‘sciamano italico’.
Il lavoro interiore, il rito e l’ascesi, servono a farci vivere con stoica e romana patientia il cattivo presente, a spostare il centro di noi stessi dal complesso corporeo e psichico alla ‘cittadella interiore’ dello spirito/
mens, preparandoci all’avventura della morte. Ma servono anche a ridare un giorno al Genio Pubblico del Popolo Romano un popolo e una repubblica d’Italia nati da una buona maieutica e degni di portare l’aggettivo ‘romani’.
Sandro Consolato